L'ossessione di Ernesto
Buona lettura
L’ossessione di Ernesto
Era una specie di ossessione. Se ne rendeva conto, eppure
non riusciva a controllarsi.
La seguiva ovunque, la cercava con gli occhi, le scriveva
lettere che non spediva. Lei non sapeva, malgrado tutto non aveva notato
quell’uomo allampanato dall’aria stralunata, sempre vestito di nero, con lo sguardo da cane bastonato e le braccia più lunghe della
giacca.
Non era il suo tipo, ma Ernesto non era il tipo di
nessuno. Forse lo aveva amato solo sua madre, il padre non lo aveva conosciuto,
morto prima che nascesse.
“Un bambino triste”, diceva di lui la maestra.
“Un uomo solo” dicevano i colleghi.
Tanta fatica sua madre per far crescere un uomo solo, uno
dei tanti che vagano per le città.
Ernesto non si ribellava alla sua condizione, era
rassegnato, solo una fiammella di speranza si agitava di tanto in tanto in lui,
subito spenta dall’ennesima delusione.
“Colpa del carattere”, si diceva guardandosi allo
specchio.
In realtà, qualcuno c’era che voleva la sua amicizia ma a
questo qualcuno non servì molto tempo per capire che Ernesto, in fondo, non
voleva amici e che si crogiolava nella sua solitudine.
Finché lei non comparve all’orizzonte. Allora Ernesto, per la prima volta in vita sua, desiderò di cambiare. Desiderò, senza riuscirci, ma desiderarlo per lui fu già un grande passo avanti. Era successo qualcosa, era esploso qualcosa. Il solito gioco dell’amore che ti mette in discussione. Sulle prime, non lo aveva riconosciuto: che ne sapeva lui dell’amore, visto che non si era mai sentito amato, se non da sua madre, e non aveva mai amato se non sua madre?
Ma Rosalba era quel tipo di persona che se si affaccia
nella vita di qualcuno non la lascia come l’ha trovata.
Infatti la vita di Ernesto dopo aver conosciuto Rosalba
non fu più la stessa, perché Ernesto non era più lo stesso. C’era l’amore a
guidare i suoi passi, o qualcosa che gli somigliava parecchio, solo che i suoi
passi erano incerti e mal guidati da uno spirito pavido e insicuro.
Non poteva neanche pensare di avvicinarla, di trovare un
pretesto per attaccare discorso: non si sentiva all’altezza di tutta quella
bellezza, di tutta quella vitalità. L’unica cosa che riteneva di poter fare era
di osservarla a distanza, amarla a distanza. Ma l’amore a distanza somiglia
piuttosto a una punizione, Ernesto, senza saperlo si puniva per la sua scarsa
avvenenza, per la sua mancanza di personalità, perché era com’era e non come
avrebbe dovuto essere per aver diritto all’amore di una donna così. Questo è
quello che si annidava nella sua mente, così succedeva che si condannasse da solo a una melanconica
solitudine.
Eppure le occasioni non gli sarebbero mancate per
attaccare discorso.
Frequentavano gli stessi locali, lo stesso bar, perfino
lo stesso supermercato.
Fra gli scaffali possono nascere più storie di quanto si
possa immaginare. Ernesto, che pure di fantasie ne faceva fra una scatola di
conserva e un pacco di spaghetti, non riusciva neppure a urtare leggermente il
suo carrello, un classico del “ci provo e come va va”. Per lui niente era
possibile, se non il sogno.
Non si confidava con nessuno, a nessuno aveva aperto il
suo cuore infranto, solo un collega era riuscito a penetrare il muro del
silenzio. Per caso, era capitato nello stesso bar dove Ernesto faceva colazione
con gli occhi illanguiditi dalla visione di lei con i bianchi dentini affondati
in un croissant. Marcello, il collega, era un tipo piuttosto navigato, uno che
di uomini cotti a puntino per una donna se ne intendeva, gli bastò uno sguardo
per capire le condizioni di avanzato innamoramento nelle quali versava Ernesto.
“Dì, un po' ma quella ti piace proprio tanto, eh?”
Balbettii e rossori furono la risposta che confermò i
suoi sospetti: il poveretto era in preda a una cotta fulminante. Si ritenne in
dovere di dare consigli da esperto, lui che era stato scaricato da tutte le
donne che aveva avuto.
“Eh, amico mio, se non ti fai avanti non combinerai nulla
con quella lì. Ti ci vuole un po' di coraggio”.
E sciorinò tutte le tecniche che conosceva per agganciare
una donna.
Ernesto ascoltava e non ascoltava, Rosalba era a pochi
passi da lui e concentrarsi su qualunque altra cosa gli era impossibile.
“Hai capito, allora?”
Ernesto fece cenno di sì, ma non aveva sentito una
parola, troppo confuso dalla presenza di lei. Gli era sembrata più bella del
solito e, proprio perché così vicina, ancora più lontana e irraggiungibile.
Il collega lo lasciò con l’aria gongolante di chi pensa
di aver fatto una buona azione, non immaginava di aver lanciato inutili parole al
vento.
I giorni passarono e diventarono mesi. Dopo un anno,
niente era cambiato: Ernesto adorava Rosalba che non lo vedeva e non lo
pensava. Finché una mattina la vide arrivare al solito bar in compagnia di
un tipo alto e snello dall’aria svagata. Entrambi in atteggiamento affettuoso,
sembravano reduci da una notte d’amore.
Ernesto trasecolò, non voleva credere a ciò che stava
vedendo. Sapeva che un giorno avrebbe potuto succedere, Rosalba era libera,
prima o poi qualcuno si sarebbe accorto di quanto era bella e allora sarebbe
stata la sua fine.
Una parte di lui voleva credere che lei non avrebbe mai
ceduto a nessun altro uomo, e che sarebbe rimasta per sempre il suo sogno.
Quella mattina invece il sogno si spezzò contro l’immagine dei due innamorati
che si baciavano davanti a un cappuccino.
Da quel giorno in poi li vide spesso insieme,
era evidente che ormai facevano coppia fissa, e lui un uomo disperato.
Di lì a poco Ernesto cadde in una profonda depressione.
Al lavoro non era più lo stesso uomo preciso ed
efficiente, il suo capo si accorse che qualcosa non andava ma non riuscì a
saperne molto, comprese solo che Ernesto non stava bene e gli consigliò di
andare da un buon medico. Gli parve così di fare il massimo che un capo potesse
fare, il resto non era compito suo, questo era il suo convincimento.
Poi successe l’impensabile. Ernesto il timido da un
giorno all’altro sparì. Volatilizzato.
La cosa strana è
che contemporaneamente si dileguò nel nulla anche la bella Rosalba.
Le due scomparse viaggiarono come binari paralleli nella
mente di chi, alacremente, tenacemente, li cercò.
Non si collegarono le due storie semplicemente perché in
giro non si sapeva niente dell’amore nascosto di Ernesto per Rosalba.
Neppure Marcello, il collega, l’unico ad averlo intuito,
poté fare qualcosa perché nel frattempo si era trasferito in un’altra città e
della brutta faccenda non aveva avuto notizia.
Si cercò, si brigò, si frugò in ogni angolo della vita di
queste due persone senza mai ipotizzare che potessero essere insieme, nella
morte o nella vita.
E senza trovarne
la minima traccia.
Cosa ne sia stato di loro, rimane un mistero ancora oggi.
Eppure, da qualche parte, la verità c’è ma sembra proprio
che cocciutamente si nasconda, come a volte fanno certe verità che nessuno
vuole veramente.
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