L'ossessione di Ernesto

 Un uomo, un'ossessione.

Buona lettura



 

L’ossessione di Ernesto

Barbara Cerrone

 

 

Era una specie di ossessione. Se ne rendeva conto, eppure non riusciva a controllarsi.

La seguiva ovunque, la cercava con gli occhi, le scriveva lettere che non spediva. Lei non sapeva, malgrado tutto non aveva notato quell’uomo allampanato dall’aria stralunata, sempre vestito di nero, con lo sguardo da cane bastonato e le braccia più lunghe della giacca.

Non era il suo tipo, ma Ernesto non era il tipo di nessuno. Forse lo aveva amato solo sua madre, il padre non lo aveva conosciuto, morto prima che nascesse.

“Un bambino triste”, diceva di lui la maestra.

“Un uomo solo” dicevano i colleghi.

Tanta fatica sua madre per far crescere un uomo solo, uno dei tanti che vagano per le città.

Ernesto non si ribellava alla sua condizione, era rassegnato, solo una fiammella di speranza si agitava di tanto in tanto in lui, subito spenta dall’ennesima delusione.

“Colpa del carattere”, si diceva guardandosi allo specchio.

In realtà, qualcuno c’era che voleva la sua amicizia ma a questo qualcuno non servì molto tempo per capire che Ernesto, in fondo, non voleva amici e che si crogiolava nella sua solitudine.

Finché lei non comparve all’orizzonte. Allora Ernesto, per la prima volta in vita sua, desiderò di cambiare. Desiderò, senza riuscirci, ma desiderarlo per lui fu già un grande passo avanti. Era successo qualcosa, era esploso qualcosa. Il solito gioco dell’amore che ti mette in discussione. Sulle prime, non lo aveva riconosciuto: che ne sapeva lui dell’amore, visto che non si era mai sentito amato, se non da sua madre, e non aveva mai amato se non sua madre?

Ma Rosalba era quel tipo di persona che se si affaccia nella vita di qualcuno non la lascia come l’ha trovata.

Infatti la vita di Ernesto dopo aver conosciuto Rosalba non fu più la stessa, perché Ernesto non era più lo stesso. C’era l’amore a guidare i suoi passi, o qualcosa che gli somigliava parecchio, solo che i suoi passi erano incerti e mal guidati da uno spirito pavido e insicuro.

Non poteva neanche pensare di avvicinarla, di trovare un pretesto per attaccare discorso: non si sentiva all’altezza di tutta quella bellezza, di tutta quella vitalità. L’unica cosa che riteneva di poter fare era di osservarla a distanza, amarla a distanza. Ma l’amore a distanza somiglia piuttosto a una punizione, Ernesto, senza saperlo si puniva per la sua scarsa avvenenza, per la sua mancanza di personalità, perché era com’era e non come avrebbe dovuto essere per aver diritto all’amore di una donna così. Questo è quello che si annidava nella sua mente, così succedeva che si condannasse da solo a una melanconica solitudine.

Eppure le occasioni non gli sarebbero mancate per attaccare discorso.

Frequentavano gli stessi locali, lo stesso bar, perfino lo stesso supermercato.

Fra gli scaffali possono nascere più storie di quanto si possa immaginare. Ernesto, che pure di fantasie ne faceva fra una scatola di conserva e un pacco di spaghetti, non riusciva neppure a urtare leggermente il suo carrello, un classico del “ci provo e come va va”. Per lui niente era possibile, se non il sogno.

Non si confidava con nessuno, a nessuno aveva aperto il suo cuore infranto, solo un collega era riuscito a penetrare il muro del silenzio. Per caso, era capitato nello stesso bar dove Ernesto faceva colazione con gli occhi illanguiditi dalla visione di lei con i bianchi dentini affondati in un croissant. Marcello, il collega, era un tipo piuttosto navigato, uno che di uomini cotti a puntino per una donna se ne intendeva, gli bastò uno sguardo per capire le condizioni di avanzato innamoramento nelle quali versava Ernesto.

“Dì, un po' ma quella ti piace proprio tanto, eh?”

Balbettii e rossori furono la risposta che confermò i suoi sospetti: il poveretto era in preda a una cotta fulminante. Si ritenne in dovere di dare consigli da esperto, lui che era stato scaricato da tutte le donne che aveva avuto.

“Eh, amico mio, se non ti fai avanti non combinerai nulla con quella lì. Ti ci vuole un po' di coraggio”.

E sciorinò tutte le tecniche che conosceva per agganciare una donna.

Ernesto ascoltava e non ascoltava, Rosalba era a pochi passi da lui e concentrarsi su qualunque altra cosa gli era impossibile.

“Hai capito, allora?”

Ernesto fece cenno di sì, ma non aveva sentito una parola, troppo confuso dalla presenza di lei. Gli era sembrata più bella del solito e, proprio perché così vicina, ancora più lontana e irraggiungibile.

Il collega lo lasciò con l’aria gongolante di chi pensa di aver fatto una buona azione, non immaginava di aver lanciato inutili parole al vento.

I giorni passarono e diventarono mesi. Dopo un anno, niente era cambiato: Ernesto adorava Rosalba che non lo vedeva e non lo pensava. Finché una mattina la vide arrivare al solito bar in compagnia di un tipo alto e snello dall’aria svagata. Entrambi in atteggiamento affettuoso, sembravano reduci da una notte d’amore.

Ernesto trasecolò, non voleva credere a ciò che stava vedendo. Sapeva che un giorno avrebbe potuto succedere, Rosalba era libera, prima o poi qualcuno si sarebbe accorto di quanto era bella e allora sarebbe stata la sua fine.

Una parte di lui voleva credere che lei non avrebbe mai ceduto a nessun altro uomo, e che sarebbe rimasta per sempre il suo sogno. Quella mattina invece il sogno si spezzò contro l’immagine dei due innamorati che si baciavano davanti a un cappuccino.

Da quel giorno in poi li vide spesso insieme, era evidente che ormai facevano coppia fissa, e lui un uomo disperato.

Di lì a poco Ernesto cadde in una profonda depressione.

Al lavoro non era più lo stesso uomo preciso ed efficiente, il suo capo si accorse che qualcosa non andava ma non riuscì a saperne molto, comprese solo che Ernesto non stava bene e gli consigliò di andare da un buon medico. Gli parve così di fare il massimo che un capo potesse fare, il resto non era compito suo, questo era il suo convincimento.

Poi successe l’impensabile. Ernesto il timido da un giorno all’altro sparì. Volatilizzato.

La cosa strana è che contemporaneamente si dileguò nel nulla anche la bella Rosalba.

Le due scomparse viaggiarono come binari paralleli nella mente di chi, alacremente, tenacemente, li cercò.

Non si collegarono le due storie semplicemente perché in giro non si sapeva niente dell’amore nascosto di Ernesto per Rosalba.

Neppure Marcello, il collega, l’unico ad averlo intuito, poté fare qualcosa perché nel frattempo si era trasferito in un’altra città e della brutta faccenda non aveva avuto notizia.

Si cercò, si brigò, si frugò in ogni angolo della vita di queste due persone senza mai ipotizzare che potessero essere insieme, nella morte o nella vita.

E senza trovarne la minima traccia.
Cosa ne sia stato di loro, rimane un mistero ancora oggi.

Eppure, da qualche parte, la verità c’è ma sembra proprio che cocciutamente si nasconda, come a volte fanno certe verità che nessuno vuole veramente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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