La scala che porta in giardino
Un sogno? Un'esperienza inspiegabile? In fondo cosa importa...scendiamo insieme la scala che porta in giardino.
La scala che porta in giardino
Barbara Cerrone
Lo ricordo bene, era notte fonda, scendevo i gradini in
pietra serena della scala che porta in giardino. Scendevo, scendevo…sembrava
che i gradini non finissero mai.
Ad un certo punto ho visto qualcosa muoversi fra la siepe
di alloro e le rose, una figura scura, probabilmente un animale ma non riuscivo
a capire quale fosse: un gatto? Un riccio? Impossibile dirlo, correva via
veloce e la sua sagoma era indistinta ai miei occhi offuscati dal sonno.
Più continuavo a scendere, più il giardino sembrava allontanarsi,
e con esso l’inafferrabile figurina scura.
Insomma scendevo e scendevo, ad un certo punto mi è
sembrato di essere quasi arrivata in fondo, più o meno ai piedi della siepe di
alloro, quando ecco comparire di nuovo la creatura misteriosa, questa volta in
vena di confidenze perché pareva volesse avvicinarsi. Non c’è voluto molto a
capire che non era così, il piccolo essere aveva subito ripreso la sua corsa
fra le piante del giardino.
Nel frattempo, dentro di me si stava facendo strada una
sensazione, sempre più forte, come un’idea che prima si affaccia alla tua
mente, poi ti sfugge e fatichi a recuperarla nella memoria. Quell’animale era solo
frutto della mia fantasia, una sensazione, un ricordo. Un’idea. Qualcosa che
stava nascosto nel profondo del mio io, in attesa di essere svelato.
Era una possibilità, tutto poteva accadere in quella
notte senza luna.
E scendevo, scendevo. Intanto qualche nuvola sparsa si
affacciava nel cielo, se fosse arrivata la pioggia dove mi sarei riparata? Così
com’ero, in camicia da notte e a piedi scalzi, ancora lontana dalla rimessa del
giardino e ancor più lontana dalla porta di casa, mi sarei bagnata. Fradicia
dalla testa ai piedi.
Cercai con lo sguardo intorno a me: nessuno. La notte era
fonda e non passava anima viva per strada, nemmeno un nottambulo di ritorno da
una festa al quale poter chiedere aiuto. Ma quale aiuto, poi? Solo se avesse
avuto un ombrello avrebbe forse potuto accompagnarmi fino alla rimessa degli attrezzi
o su, alla porta, una meta ormai così
lontana da sembrarmi irraggiungibile. Qualcosa che apparteneva già a un’altra
vita.
La mia discesa somigliava sempre di più a un brutto
sogno, d’un tratto realizzai che sì, era proprio un sogno. Ero nel bel mezzo di
uno di quei sogni in cui ti rendi conto che stai sognando e l’unico desiderio
che hai è di svegliarti prima possibile.
Ma i miei occhi non si aprivano, le mie mani erano
serrate intorno al corrimano della scala, e il cielo era ancora sopra di me, in
camicia da notte e scalza.
Ero ancora nelle profondità della mia coscienza, ma non
avevo afferrato il mistero, la pena segreta che dovevo scoprire per guardarla
in faccia una volta per tutte. I miei piedi continuavano ad andare, verso il
nulla, probabilmente.
Quando arrivò la pioggia, mi sorprese a piangere seduta
su un gradino, confusa e spaventata come una bambina smarrita.
Non so perché, ma avevo paura. Non della pioggia, non
della solitudine o del buio, ma di me. Di quello che avevo dentro e non voleva
saperne di uscire.
Una voce nota gridò il mio nome, risposi, felice di
sentirla, e sperai che quella persona venisse in mio soccorso ma non fu così.
Dopo avermi chiamata, la voce, come rassicurata dalla mia risposta, cessò e per
quanto facessi, per quanto tentassi di sollecitarla, non si fece più sentire.
Ero di nuovo sola.
Mio marito si stava infilando il pigiama seduto sul
letto. Parlava, ma non riuscivo a capire cosa diceva. Visto che non rispondevo,
mi ha chiesto se stavo bene. Credo di aver balbettato una scusa del tipo che mi
era scoppiato un mal di testa fortissimo, allora mi ha raccomandato di mettermi
subito a letto e di prendere un’aspirina, se proprio non passava.
Prima di coricarmi ho guardato l’orologio: le 11 e
trenta. Erano passati solo cinque minuti da quando ero salita in camera per
andare a dormire, la mia mente, nel suo viaggio notturno, aveva registrato una
dilatazione del tempo, come se fossero passate ore e ore.
Non capivo cosa mi fosse successo, avevo paura di essere
impazzita. Recuperai la calma a fatica, sdraiata sul letto accanto a mio marito,
mi rasserenai. Qualcosa mi diceva che non c’era da temere, dovevo solo
accettare che quanto era successo, e il
perché, sarebbe rimasto un segreto, un mistero nascosto fra la siepe di alloro
e le rose del mio giardino.
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