In cerchio
In cerchio è un racconto diviso in sette parti, l'ho intitolato così perché inizia e si chiude con Marta, la protagonista del racconto. Dedicato a tutti gli sconfitti dalla vita, con l'augurio che possano riscattarsi prima o poi, se davvero lo vogliono.
In cerchio
1- Il
biglietto vincente
Camminava
con passo incerto sul marciapiede, oscillando come un pendolo. I lunghi capelli
bianchi e arruffati seguivano ondeggiando il ritmo della sua camminata. Sembrava
abbastanza stanca da non poterne più, ed erano solo le dieci di mattina.
I
passanti per lo più la ignoravano, non c’è tempo per la pietà in una città che
corre. Solo un bambino, col lecca-lecca e la faccia stropicciata di sonno, la
guardava con curiosità. Forse gli sembrava strana, quella donna grassa
dall’aria infelice che non somigliava alle donne della sua famiglia. O che gli
somigliava troppo.
Ad
un tratto, la donna si fermò, come se un pensiero improvviso le avesse
attraversato la mente. Cominciò a frugarsi nelle tasche, poi si guardò intorno
con aria smarrita, come se stesse cercando qualcosa o qualcuno. Dopo qualche
secondo, tornò indietro e si mise a correre, maldestra e incerta sulle gambe
gonfie.
Correva
come inseguita da un fantasma, pareva dimenticarsi del mondo intorno a lei; si
fermò solo davanti al sagrato della chiesa che dominava la piazza vicina alla
stazione degli autobus, dove alcuni clochard stavano smaltendo la sbronza nel
timido sole di febbraio.
Si
avvicinò ad uno di loro, il più anziano, e prese a strattonarlo.
“Svegliati,
ubriacone, svegliati!” gridò.
“Che
vuoi, Marta, non vedi che schiaccio un pisolino?” L’uomo sembrava ancora sotto
l’effetto dell’alcol.
“Non
vedo nulla,” farfugliò lei, sempre più eccitata,” voglio che ti svegli: hai
rubato il mio biglietto. Ridammelo, voglio il mio biglietto!”
“Biglietto?
Che biglietto, vecchia pazza?”
“Quello
che si gratta…era un biglietto vincente, lo sai. Lo hai rubato perché mi hai
sentito mentre dicevo che ho vinto mille euro.”
“Io
non so nulla di biglietti, non ti ho rubato nulla, “disse alzandosi a fatica,”
ora lasciami in pace.”
”
C’eri solo tu vicino a me in quel momento. Forza, dammi il mio biglietto o io…”
L’uomo
fece il gesto di mandarla al diavolo e si diresse verso il centro della piazza
dove una piccola folla di curiosi si era riunita per assistere alla scena. Si
piantò davanti a una giovane donna che trafficava con la borsa della spesa.
“Ehi,
bella signora, ha visto come mi trattano? Un povero vecchio come me! Non
avrebbe per caso qualche spicciolo per comprarmi un confortino al bar? Sa, devo
riprendermi dallo spavento…”
“Non
gli dia niente, è un ladro,” Marta lo aveva seguito e ora lo stava prendendo
per la manica della camicia logora, “uno schifoso ladro che deruba le donne
anziane come me. Io, io…” non fece in tempo a finire la frase: crollò a terra,
strabuzzando gli occhi.
Intorno
a lei si levò un coro di “Poveretta, poveretta!”, mentre la gente, confusa e indecisa
sul da farsi, restava immobile. Fu uno studente al secondo anno di medicina,
con l’aria di saperla lunga, a prendere l’iniziativa e chiamare un’ambulanza.
“Vista
l’età apparente, potrebbe essere un ictus,” sentenziò, “meglio che vada al
pronto soccorso”.
Un’anima
pietosa mise un giornale sotto la testa di Marta la vagabonda; qualcuno fece
notare con un certo cinismo che, data la sporcizia dei suoi capelli, era una
premura piuttosto inutile perché il pavimento della piazza, forse, era perfino
più pulito.
Quando
arrivarono i soccorsi, Marta non aveva ancora ripreso conoscenza. La situazione
appariva grave, come notò subito lo studentello saccente.
Prima
che fosse caricata sull’ambulanza, una donna si frugò nel portafoglio, tirò
fuori una moneta da due euro e la infilò nella tasca destra di Marta.
“Non
si sa mai, “mormorò. “Magari, nonostante tutto, questo è il giorno buono e
vince ancora”.
Per
sua fortuna, Marta non era in grado di mandarla a quel paese.
2.L’uomo impaziente e la donna
alta
“Insomma, quest’ambulanza?”
L’uomo sembrava impaziente,
non era chiaro se lo fosse perché preoccupato per Marta la vagabonda, o se
fosse piuttosto il fatto che un’ambulanza, chiamata per un malore che poteva
essere grave, ci mettesse così tanto tempo ad arrivare.
“Io dico che non si può
stare tranquilli,” rincarò la donna alta accanto a lui,” oggi come oggi bisogna
solo sperare di star bene, altrimenti…”
La donna alta si dava l’aria
di saperla lunga. Viveva nel palazzo vicino, era l’inquilina del piano di sopra
di un certo medico M.
“Eh, se avessero chiamato
lui, invece dell’ambulanza…” diceva alzando il naso in aria come per annusare
una verità che solo lei sembrava conoscere.
“Ma signora mia, “ribatteva
l’uomo impaziente,” in questi casi si chiama sempre l’ambulanza. Se lei conosce
bene questo dottor…dottor…insomma quel medico che ha nominato, se è tanto in
confidenza, perché non lo ha chiamato?”
“Lo so, dicevo così, per
dire. In certi casi bisognerebbe poter fare a modo nostro.”
Il signore impaziente la
squadrò da capo a piedi, non aprì bocca ma il suo sguardo parlava per lui.
Intorno a loro, un coro di
bisbigli, e rumore di tuoni lontani: da qualche parte, il cielo si stava
imbronciando.
“Oddio, ci mancava solo la
pioggia. Questa poveraccia ora si bagnerà, e quelli non arrivano…” la donna
alta ora era più impaziente dell’uomo impaziente.
Dopo qualche secondo, il
suono della sirena in lontananza annunciò l’arrivo dell’ambulanza.
“Finalmente, Dio sia
lodato!” la donna alta si fece il segno della croce.
“Ma non è detto non
nominare il nome di Dio invano?” L’uomo impaziente rideva.
La donna alta gli rivolse
uno sguardo cattivo.
Quando l’ambulanza fece
capolino dal fondo della strada, tutti tirarono un sospiro di sollievo.
La donna alta si fece avanti
per prodigare ai soccorritori i suoi consigli. I soccorritori le ricordarono,
semmai se ne fosse dimenticata, che erano loro i sanitari e che sapevano bene
quel che facevano; perciò, si facesse da parte e li lasciasse lavorare. L’uomo
impaziente, invece, se n’era già andato convinto che, con l’ambulanza, cessasse
ogni ragione per rimanere lì.
La donna alta si rammaricò
molto della fredda risposta e si allontanò, pensando fosse meglio tornare a
casa, visto che il suo aiuto non era apprezzato.
La donna alta aveva un
marito, due figli, e una vita tranquilla.
Il marito era un bell’uomo,
aveva modi gentili, e la tradiva. Fin dai primi tempi del matrimonio. Era
riuscito ad esserle fedele solo nel breve periodo della luna di miele, quindici
giorni, e poi non più.
La donna alta all’inizio si
era infuriata, poi si era arresa come un esercito in rotta. Chiudeva gli occhi
e pensava alla famiglia come se fosse stata un luogo di trasparente virtù, e
andava avanti come se niente fosse, tanto non ce la faceva a fare le valigie,
provava sempre e non riusciva mai.
Quel pomeriggio si era
sentita una donna fortunata in confronto a quella povera vecchia raccolta come
uno straccio sulla piazza della chiesa.
Il marito, quando tornò la
baciò come sempre, e come sempre inalberò un sorriso. Sapeva di profumo e di
sensualità, ma ora era con lei, il resto non contava.
Erano solo nuvole di
passaggio le altre donne, i cattivi giorni del tradimento, i brutti pensieri e
il dolore silenzioso che ogni volta le trafiggeva il petto.
La signora col largo cappello agitava le ruches del
vestito con le mani magre e nervose, parlava concitatamente con un uomo che le
stava accanto, magro e ossuto come lei; era una straniera, una di quelle
straniere che lo sono anche nel loro paese perché nessuno riesce a capirle fino
in fondo.
Svettava su tutti con il suo cappello, e la cosa sembrava
piacerle. Voleva distinguersi in mezzo a quella compagnia improvvisata di
persone, messe insieme dal caso e dalla curiosità.
Veniva da una famiglia importante della quale nessuno
aveva mai sentito parlare; indubbiamente doveva essere importante per lei,
visto che la nominava in continuazione.
Si chiamava Rosalind, non era inglese, non era americana.
Il nome era piaciuto al padre, russo di madre inglese; quanto alla madre,
nessuno sapeva cosa le piacesse perché se n’era andata dopo la sua nascita.
Probabilmente, si intuiva, non le piaceva il marito.
Dove fosse nata esattamente, Rosalind dal largo cappello,
non era dato saperlo e, in fondo, non importava a nessuno, nemmeno a lei.
Il marito era un uomo schivo e gentile che la trattava
con ossequioso rispetto, aveva un negozio di scarpe in centro con il quale
faceva buoni affari; nel complesso una coppia tranquilla, mai un pettegolezzo
su di loro, mai una chiacchiera. Non avevano figli, e questo per qualcuno
avrebbe potuto essere un dispiacere, per Rosalind invece era un semplice dato
di fatto col quale fare i conti. Era una donna pratica, guardava in faccia la
realtà e non si fermava a piangersi addosso.
Del resto, lei e il marito non avevano motivo di
piangere, vivevano in una bella casa fuori città, con un giardino
lussureggiante e quattro cani. Una vita tranquilla, pianificata minuto per
minuto. Solo qualche viaggio, tanto per sentirsi vivi. Paesi lontani, mondi
lontani. Poi, dopo il fatto, Rosalind decise che era meglio smetterla con certe
mete esotiche.
Accadde in Africa. Un increscioso incidente che dissuase
Rosalind dal fare altri viaggi per un bel po' di tempo. Non valeva la pena, si
disse con rammarico, pagare un simile scotto per una vacanza.
Capitò che, complice il solito safari fotografico,
Rosalind si incapricciò della guida, un certo John, gigante buono che dal suo
metro e novanta equamente distribuito su una massa di muscoli allenati, la
guardava con aria malandrina. Non che ne fosse attratto, Rosalind non era più
una ragazzina e non si poteva considerare bella, quello di John era uno sguardo
marpione. Gli era stato raccomandato di usarlo per incantare le signore e
incrementare la clientela. Lui, diligente, si dedicava con il dovuto impegno
alla missione e, insieme a zebre, leoni e gazzelle, si offriva agli sguardi e
agli avidi obiettivi delle turiste come ricordo malizioso di un safari
africano.
Rosalind non era tipo da apprezzare certi trucchetti.
Tranne quella volta, e ci scappò il tradimento.
Il marito non seppe mai di quella notte sotto la luna, mentre
accadeva il fatto russava sognando il ritorno a casa. Rosalind ebbe cura che
non sospettasse nulla, sfuggì alle lenzuola coniugali con l’agilità di una
gazzella. Ma era una donna che non amava compromessi e bugie, si pentì quasi
subito e non si perdonò della scappatella. Restò in lei il senso di colpa a
gravare come un macigno sulla sua coscienza intransigente. Giurò che mai più
sarebbe andata in paesi così lontani e suggestivi, si convinse che era meglio
scegliere una città, una capitale frenetica e piena di bei musei da visitare percorrendola a piedi, per stancarsi tanto da
non rischiare di cedere ad altre tentazioni. Niente più romantici esotismi.
Dal 2015, anno fatidico del tradimento, Rosalind impose
al marito questo cambiamento. Il marito, che non capiva il motivo di quella
svolta, accettò comunque di buon grado perché, lo sapeva, quella moglie
dominante non si poteva contrastare.
Il giorno del malore di Marta, Rosalind era andata in
città per fare acquisti. Dopo aver fatto colazione in un ristorante del centro
insieme a un’amica, si era incamminata lentamente verso il grande parcheggio
situato dietro il centro commerciale. Procedeva con studiata lentezza,
tenendosi con la mano il largo cappello, per godersi appieno la vista delle
strade cittadine immerse nella luce morbida del tardo pomeriggio.
Attraversando la piazza, si era imbattuta nella piccola
folla radunata intorno al corpo esanime di Marta, e aveva voluto saperne di
più.
Lo spettacolo di Marta a terra l’aveva colpita abbastanza
da fermarsi ma non da impietosirsi perché, ne era convinta, ognuno è artefice
del proprio destino e se una donna anziana, sporca e malandata, sviene in un
luogo pubblico, nella polvere della strada, non può essere che lei la causa
della sua sfortuna.
Non l’avrebbe mai ammesso, ma una curiosità morbosa la
spingeva a restare lì, davanti a quell’ambulanza che caricava il corpo inerme
di Marta. Doveva vedere, doveva sapere, nonostante continuasse a dire che lei,
di certi spettacoli, avrebbe fatto volentieri a meno.
Quando un signore, dalla barba bionda e i capelli
bianchi, le fece rispettosamente notare che se uno non vuole vedere qualcosa
non sta lì a fissarlo ma se ne va, e di corsa, lei rispose con un cenno piccato
della testa. Questo provocò un movimento a onda del cappello, talmente vistoso
che, per un attimo, il gruppetto di curiosi distolse lo sguardo dalla povera
Marta per rivolgerlo a lei.
Rosalind si mostrò infastidita da questa improvvisa
attenzione e fece come per andare via, ma qualcosa la trattenne: il braccio di
un ragazzo la fermò mentre cercava di attraversare la piazza.
L’ambulanza stava partendo, nessuno doveva mettersi in
mezzo, nemmeno una signora con un largo cappello.
4.Lorenzo, il poeta
Lorenzo, un ragazzo.
Ipersensibile, aveva biondi ricci ribelli e uno sguardo timido. Suo padre lo
avrebbe voluto medico, lui non sopportava la vista degli ammalati e stava male
quando entrava in ospedale. Lorenzo scriveva poesie, era questa la sua passione.
Si era iscritto alla facoltà di lettere, non si chiedeva cosa avrebbe fatto di
quella laurea e stava bene così. Se lo chiedeva suo padre, invece, che non
perdeva occasione per rinfacciargli la sua scelta.
Quel pomeriggio, Lorenzo
aveva assistito suo malgrado alla scena di Marta esanime. C’era del sangue sul
volto della donna, una piccola escoriazione dovuta alla caduta e Lorenzo, oh
mio Dio! Non sopportava la vista del sangue, non avrebbe voluto vedere quello
spettacolo. Ma c’era lei. In mezzo a quella piccola folla di curiosi c’era la
ragazza di cui era innamorato. Lei era tutto ciò che lui non era: decisa,
forte, brillante. Concreta.
” Ti schiaccerebbe.”
Sua madre aveva ragione:
Lorenzo, oltre alla ragazza, amava farsi del male.
“Non fa per te, è un bene se
non ti fila, a lungo andare saresti infelice”.
E non lo filava, infatti,
lui però non riusciva a togliersela dalla mente. Per questo l’aveva seguita di
nascosto da casa sua fino alla piazza, per questo aveva sopportato la vista di
quella donna a terra, per questo era ancora lì, in attesa di lei che invece
temporeggiava parlando con la gente accorsa sul posto.
“Ti succhierà l’anima e la
sputerà via lontano”.
Sapeva essere dura, sua
madre, quando si trattava di proteggere il suo cucciolo. Non le andava che quel
ragazzo dall’animo tenero fosse trasformato in un uomo cinico come tanti altri.
Non le andava che il suo poeta diventasse come il marito, duro, pragmatico e
senza fantasia.
“Sarebbe un bene se si
mettesse con lei”.
Il padre vedeva un’ancora di
salvezza nella ragazza, in quegli occhi fermi, in quelle spalle modellate dallo
sport. Era solida quanto bastava per sostenere anche il suo fragile figlio.
Sperava, ogni giorno, che succedesse qualcosa fra loro. Ma la ragazza si teneva
mille miglia lontana dal mondo aereo di Lorenzo. Forse amava un certo Paolo che
studiava ingegneria e Lorenzo, volatile come una sostanza leggera, per lei
poteva essere solo un amico.
L’amore di Lorenzo
precipitava come acqua nel fiume largo dei sogni, la ragazza non sognava e se
sognava lo faceva fino a farlo diventare
vero.
Lorenzo sentiva le gambe piegarsi sotto il peso di quella scena triste, una
senza tetto che ha un malore, si accascia come una povera cosa sulla pubblica
piazza e forse sta morendo, comunque è sola, senza un cane che la pianga. Era
allo stremo, ma la ragazza era ancora lì.
Con le ultime forze che
sentiva di avere, si chiedeva per quanto avrebbe resistito prima di sentirsi
male, prima di scomparire definitivamente ai suoi occhi e bruciare ogni residua, pallida,
possibilità di conquistarla.
Dieci minuti…cinque…un
attimo. E sarebbe finita, finita per sempre.
“Visto, Jack? La tua amica
Marta ora è in buone mani. Sei più tranquillo, ora?”
Il cane scodinzolava come se
avesse capito benissimo cosa aveva detto Giuseppe.
“Sì, lo vedo che sei
contento. Ora basta scodinzolare o ti si staccherà la coda, ah, ah!”
La risata argentina
dell’uomo fece voltare l’anziana donna che stava davanti a lui.
“Conosceva quella
poveretta?” chiese.
“Sì, insomma, più che altro
la conosceva Jack. Jack è il mio cane.” Disse mostrando con orgoglio il
labrador al suo fianco.
A settantacinque anni ben
portati, con un fisico asciutto e due occhi mobilissimi, Giuseppe era vedovo,
senza figli, con il cane Jack come unica compagnia. Abitava in un monolocale al
piano terra di un condominio a pochi passi dal centro, viveva della sua
pensione e della rendita modesta di alcuni investimenti sicuri fatti dalla
moglie, Ernesta, donna molto più capace nella gestione del denaro che in quella
della casa. Giuseppe era un uomo con il dono dell’umiltà: consapevole dei
propri limiti in fatto di amministrazione dei soldi, aveva lasciato mano libera
alla moglie, certo che avrebbe saputo incrementare il loro piccolo capitale.
“La conosceva…il cane? Cosa
intende, mi scusi?” Lo sguardo interdetto della donna infastidì Giuseppe, che
non tollerava dubbi su Jack.
“Esattamente quello che ho
detto, cara signora. Forse lei non ha mai avuto un cane, di certo non uno come
il mio Jack, altrimenti capirebbe. Lui aveva fatto amicizia con quella povera
donna, come la chiama lei. Il suo nome è Marta. Jack un giorno si avvicinò
a Marta e cominciò a farle le feste, lei lo accarezzò e da allora ogni volta
che lo porto a passeggio e la incontriamo, il mio cane le fa le feste e lei lo
accarezza. Proprio così, Marta ha sempre una carezza per Jack. Si amano, ecco.
Chi è amato da Jack per me è un amico, chiunque sia, perché Jack non si lascia
fregare, eh, no! Jack lo sente se una persona è buona o cattiva, e se si
avvicina, se le fa le feste allora vuol dire che è buona e merita la mia
amicizia.”
La donna lo ascoltava con
aria annoiata, mentre il cane si era messo sugli attenti, in posizione
impettita.
“Così lei era amico di
quella…quella…Marta?”
“Sissignora, gliel’ho detto:
era amica di Jack e chi è amico di Jack…”
“Sì, ho capito, è amico suo.
Bene, si è fatto tardi, ora devo andare. La lascio, caro signore. Mi stia bene.
E mi saluti la povera Marta, quando la rivede.”
La donna si allontanò
sottobraccio a una ragazza, forse la nipote. A Giuseppe parve di sentirle dire
sottovoce, con aria di compatimento, che certi uomini anziani e soli si
attaccano a tutto, perfino a una senzatetto e a un cane pur di colmare il vuoto
della solitudine.
“Sentito, Jack? Quella non
capisce niente. Non sa di cosa parla. Noi non siamo soli, Jack. Siamo due, e
siamo insieme. Uniti. Non sa di cosa parla. Crede di essere più felice di noi.
Ma noi stiamo bene insieme, eh, Jack? Nessuno potrà mai separarci. Siamo una
famiglia, sì, una famiglia. Vieni, amico mio, ora ti porto a casa. Andiamo a
preparare la nostra cena, eh? Come ogni sera. Sempre insieme, noi due”.
Il cane lo guardava,
qualunque cosa volessero dire i suoi grandi occhi umidi, per Giuseppe erano la
misura stessa dell’amore totale e incondizionato di cui aveva bisogno. Non gli
serviva altro per campare.
6.Mani di ladro
Gino si sentiva un verme,
forse la vecchia Marta si era sentita male a causa sua, della sua mano lesta
che aveva rubato il biglietto. La sua faccia da furetto sprizzava contrizione e
paura insieme. Non aveva fatto una bella cosa, Marta avrebbe potuto morire,
forse, e lui sarebbe stato l’unico responsabile. Lui e il suo viziaccio di
rubare. Tutta colpa della mancanza di denaro che gli dava il tormento, il furto
era l’unica maniera che conosceva per alleviarlo.
L’idea che la donna potesse
morire lo fece rabbrividire, ma gli sembrò ancora più inquietante il pensiero
che potesse riprendersi e decidere di dargli la caccia.
Nonostante tutto, non voleva
rinunciare al biglietto, e aveva paura di quella donna inferocita: dopotutto
era un omino piccolo e malfermo sulle gambe, chiunque, con una piccola spinta,
sarebbe riuscito a buttarlo a terra.
La sua storia di ladro era
piena di uomini e donne che lo avevano rincorso per riprendersi il maltolto. Puntualmente,
riusciva a a salvarsi, ma c’è sempre una prima volta. E Marta era un osso duro,
non si scherzava con lei.
C’era una sola cosa da fare:
sparire. Solo che non aveva soldi per prendere il treno, e viaggiare gratis non
era impresa facile, bisognava mettere in conto di essere beccato e scaricato
più volte alla stazione successiva, finché, tratta dopo tratta, non fosse
riuscito a mettere qualche decina di chilometri fra lui e Marta.
Non appena l’ambulanza si fu
allontanata, Gino prese a correre a perdifiato; nessuno gli badava, ma lui si
voltava in continuazione come se lo inseguisse una muta di cani. Era
spaventato, la coscienza sporca gli rimordeva e gli faceva vedere fantasmi.
Alla stazione, si sedette su
una panchina di legno piena di scritte.
Prima o poi un treno sarebbe
passato e lui ci sarebbe saltato sopra, badando bene a non farsi notare dal
controllore. Con un po' di fortuna, sarebbe riuscito a non farsi scoprire
perlomeno per due o tre fermate.
Nella tasca il biglietto
vincente sembrava tintinnare come argento vivo. Era la prova della sua colpa,
ma anche la sua ancora di salvezza, non appena avesse capito come fare per
incassarlo. Tempo al tempo, si disse, con un po' di calma sarebbe stato capace
di cavarci qualcosa, poi, dopo aver lanciato uno sguardo al cielo che si stava
imbronciando, tirò fuori un mezzo sigaro da una certa borsaccia di plastica e
si mise in attesa.
7.Non tutto il male…
Marta aprì gli occhi sullo
sguardo azzurro del soccorritore.
“Come si sente, signora?”
La donna si guardò intorno,
poi fece per alzarsi dalla barella.
“No, stia tranquilla, siamo
in ambulanza,” disse occhi azzurri,” la stiamo portando in ospedale.”
“In ambulanza, cos’è
successo?” chiese la donna.
“Ha avuto un malore, è
svenuta, hanno chiamato l’ambulanza per soccorrerla. La portiamo in ospedale
per vedere come mai si è sentita male.”
“Il biglietto, dov’è il mio
biglietto?”
“Quale biglietto? Noi non
abbiamo trovato nessun biglietto. Cerchi di non agitarsi, in ospedale si
prenderanno cura di lei, la rimetteranno in forma, così poi potrà tornare a
ca…potrà essere dimessa, ecco.”
“Il biglietto, quella
carogna di Gino me l’ha rubato, io…io…voglio andare alla polizia!” urlò,
tentando di nuovo di mettesi in piedi.
“Così non va, davvero! Deve
restare calma o starà ancora male. Un po' di pazienza, stiamo per arrivare”.
Occhi azzurri ora la
guardava con aria severa, Marta capì che non era il caso di insistere. Non gli
disse che in due giorni aveva mangiato solo un panino e che forse era svenuta
per la debolezza.
La situazione sfuggiva al
suo controllo, del biglietto non c’era traccia e quel verme di Gino chissà
dov’era a quest’ora. Non poteva farci nulla, schiumava di rabbia, ma non poteva
farci nulla.
Riflettendoci, realizzò che,
dopotutto, la barella dove era distesa era più comoda della panchina dove
passava le sue notti tormentate, in ospedale avrebbe avuto un letto ancora più
comodo, tutto per lei, e pasti regolari. Forse le conveniva stare al gioco: non
aveva offerte migliori, al momento.
Non ne aveva avute da
quando, giovane donna in fuga da un matrimonio infelice, era scappata da una
casa dove il lusso era una trappola e lei la preda che era rimasta
imprigionata.
Aveva sposato uno degli
scapoli più ambiti della sua città, esponente di successo di una famiglia
facoltosa e potente. Lo volevano tutte. Aveva scelto lei.
A distanza di tanto tempo da
quei giorni di esaltazione romantica, non sapeva dire se all’epoca ne era stata
davvero innamorata o se si era trattato solo di una specie di infatuazione, uno
scivolone sulla pietra usurata dell’eterno mito del principe azzurro.
Non ci volle molto a capire
che Marcello non aveva proprio nulla, a parte i soldi, del principe azzurro.
Un uomo insensibile, pieno
solo del suo ego. Un narcisista di quarant’anni che aveva comprato col fascino
del denaro e del potere la bellissima figlia diciottenne di una famiglia
modesta. Un oggetto carino da esibire.
Un’altra al suo posto si
sarebbe rassegnata e, facendo due conti, avrebbe deciso di non pensarci più e
di godersi i soldi, magari consolandosi con un giovane amante. Lei no. Era
giovane, e tenera come un agnellino.
Quando si rese conto
dell’errore che aveva fatto, quando realizzò di essere troppo infelice per
poterlo sopportare, ebbe la bella idea di iniziare a bere.
Piano piano, quasi senza
accorgersene, si ritrovò a non poterne più farne a meno.
L’alcol diventò una
consolazione e un rifugio. Difficile abbandonarlo, più facile scappare come una
ladra da quelle mura cariche della sua rabbia.
Un giorno il marito
disse che l’avrebbe fatta ricoverare in una clinica all’estero per
disintossicarsi: per Marta non ci furono più dubbi su ciò che avrebbe dovuto
fare.
Una mattina sgusciò via dal
portone come un gatto e se ne andò. Con il solo vestito che aveva addosso e
pochi soldi nel portafoglio. Prese un treno, uno qualunque, e partì in cerca di
un’altra vita. Lasciò tutto dietro di sé, tranne la bottiglia.
Sbarcata in una città dove
non conosceva nessuno, fece mille lavori e da mille fu cacciata. Beveva ancora,
anche al lavoro.
Non fu difficile trovarsi
per strada, all’inizio quasi non si rese conto della differenza fra la topaia
nella quale viveva e il sottopasso della stazione che divideva con altri
fantasmi come lei.
Giorno dopo giorno, il luogo
dove si trovava diventò per lei lo sfondo di un sogno liquido, un’allucinazione
perenne. Tutto era uguale e indifferente. L’importante era bere. Era diventata
parte anche lei dell’esercito degli invisibili.
Se il marito l’aveva cercata
o no, dopo la sua fuga, non sapeva dirlo e non le importava. Probabilmente,
pensava, era stato un sollievo per lui essersi liberato di una donna che non
poteva più essere il suo fiore all’occhiello.
Da allora, gli anni erano
rotolati via senza storia, tutti uguali e sporchi di dolore represso.
La vecchiaia l’aveva trovata
sulla strada, il posto dove probabilmente sarebbe finita la sua esistenza.
Quindi, perché adesso
avrebbe dovuto opporsi a un destino che la voleva lì, su quell’ambulanza?
Qualunque cosa le fosse
successa, non era poi un gran male, visto che la portava ad avere un tetto
sulla testa, cibo decente e un letto vero, almeno per un po' di tempo. Il
biglietto, ormai, era perso. Prima o poi avrebbe ritrovato quel disgraziato di
Gino, e allora…non sapeva cosa avrebbe fatto, ma qualcosa avrebbe fatto.
Ora non era il momento di
farsi il sangue amaro con quella storia, c’era da godersi una specie di
vacanza, le infilassero pure i loro aghi dappertutto, le mettessero le mani
sulla pancia e quel coso freddo sul petto per ascoltarle il cuore: era un
prezzo che pagava volentieri, in cambio di tutto quello che avrebbe avuto da
loro. L’unico problema era che non le avrebbero permesso di bere, ma si poteva
risolvere.
Nel gruppo dei poveri cristi
che la notte bivaccavano nel sottopasso le notizie si diffondevano velocemente,
di sicuro sapevano già cosa le era successo e dove l’avevano portata. La strada
è pettegola e non manca mai di tenere informati i suoi abitanti.
Qualcuno fra loro sarebbe
venuto a trovarla, se non altro per saperne di più, allora lei gli avrebbe
chiesto di portarle della birra che poi avrebbe nascosto sotto le coperte, o in
qualunque altro posto le sembrasse al riparo dagli occhi di quella brava gente.
Quanto a berla, il modo lo avrebbe trovato, diventava furba quando si trattava
di bere.
Socchiuse gli occhi, quel
giaciglio confortevole invitava a fare un sonnellino. La notte precedente non
aveva dormito molto, malgrado l’alcol che aveva in corpo, con quella pazza di
Rachele ubriaca fradicia che andava su e giù gridando come un’indemoniata.
Anche il sonno faceva parte
del lusso che non poteva concedersi, ogni notte doveva stare all’erta perché
c’era sempre qualcuno che voleva impossessarsi della sua panchina, bisognava
essere pronti a lottare per la postazione.
In quel luogo asettico, non
c’era nessuno a contenderle il posto. Era solo suo.
Si guardò intorno: occhi
azzurri stava parlando con un’infermiera, a parte un vago odore di medicinale,
tutto era pulito e gradevole intorno a lei.
Il sonno le cadde sugli
occhi come un velo, si addormentò. Si svegliò una decina di minuti dopo, quando
arrivarono in ospedale, tra le imprecazioni dell’autista contro la gente che
non lascia passare l’ambulanza.
Qualcuno la trasportò come
una regina sulla barella fino a una stanza dove la stavano aspettando per
prendersi cura di lei.
Commenti
Posta un commento