Inverno
Un freddo, breve, racconto d'inverno.
Buona lettura
Inverno
Barbara Cerrone
Un freddo cane, gente intirizzita che ti cammina accanto
vestita come un pupazzo di neve e cielo di un colore smorto come le mie mani
intorpidite. Ecco, questo per me è
l’inverno, ora.
C’è stato un tempo in cui mi piaceva il freddo, quelle giornate
gelide di gennaio con il sole che manda un tepore dolce e tu che, come una
lucertola, lo bevi tutto, magari seduto su di un muretto in aperta campagna.
Oppure sotto casa tua, mentre i vicini dalla finestra del quarto piano
commentano la giornata aspettandosi che tu dica la tua, invece tu non senti una
parola di ciò che dicono perché il quarto piano è pur sempre il quarto piano e
poi c’è la lavatrice in movimento che fa un fracasso assordante (devi proprio
farla riparare) perciò neppure se avessi poteri soprannaturali potresti udire
altro a parte il VRRRR della centrifuga.
Eh, bei momenti, e bei tempi. Poi si cambia, non so se sia
l’età o cos’altro, ma adesso il freddo mi rallenta, mi blocca. Se prima era
energia ora è fiacca, debolezza, pigrizia. Aspetto con ansia la primavera,
stagione in cui prima si sommavano pesando come macigni tutte le fatiche
dell’inverno, leggi mi sentivo una zombie senza fiato. Ora la primavera è la
mia rinascita, neanche fossi un fiore, tardivo, ma pur sempre fiore. Sono
quelle che qualcuno, con l’aria di saperla lunga, chiama fasi della vita. Non so
se c’è qualcosa di biologico in tutto questo, o piuttosto di psicologico: vai a
sapere dove ti porta il cervello, a volte, o l’età con le sue ossa indebolite e
la massa muscolare ridotta. Dovresti fare ginnastica, e lo sai. Dovresti
perlomeno fare movimento, camminare, non startene chiusa in casa ad aspettare
la primavera, ed è proprio questo il guaio, il serpente che si morde la coda
mentre tu ti mordi le mani pensando a com’eri e come sei.
Dicono che uscire in inverno faccia bene, tutta quell’aria
gelida che sembra sia stata ripulita aprendo una finestra immaginaria nel
cielo. Fa bene, convinciti di questo invece di poltrire con le gambe stese sul
divano e i piedi appiccicati al termosifone, esci e sentirai i polmoni come
rinnovati. Se non prendi un raffreddore o non ti becchi per regalo il primo
virus di passaggio, dopo ti sentirai un leone.
Il fatto è che sono diventata fragile, un vaso di porcellana
che potrebbe rompersi per il minimo urto, così mi sento. Così sono, adesso, all’età
di…non voglio pensarci. Oltre alla mortificazione del declino, la cosa più
brutta in tutto questo affare è che si accorcia la distanza fra te e Lei,
quella brutta Cosa che non risparmia nessuno. Non mi va il fatto che la sabbia
nella clessidra scorre via sempre più veloce: ce n’è rimasta poca.
Nessuno sa come allungare i tempi, nessuno è capace di
barare con la sabbia e il tempo e Lei. Io non ci provo nemmeno, semplicemente chiudo
gli occhi e non guardo la clessidra, altrimenti morirei di paura.
Vado avanti senza pensare, come se fosse eterna questa vita
appesa e fragile, e mi va bene così. Preferisco essere leggera come l’aria
piuttosto che appesantirmi il cuore con l’ansia: non c’è rimedio, tanto vale
volare come farfalle sulla nostra esistenza, bevendo il nettare dei fiori che
di tanto in tanto incontriamo per strada.
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