Verde...continua

 Verde...continua

Barbara Cerrone

IV

 

Quando l’avevamo visitata, né io né i miei avevamo trovato delle vere e proprie pecche alla nuova casa, tranne forse per una specie di rimessa per gli attrezzi da lavoro che aveva una parete praticamente attaccata alla mia casa, di proprietà di un omino dall’apparenza innocua che abitava a pochi passi da me. Nonostante fosse in pensione già da qualche anno, il tipo si ingegnava a fare lavoretti quasi a titolo gratuito per chiunque in paese ne avesse bisogno. La rimessa, piccola ma molto ben organizzata, era piena di attrezzi e lui faceva avanti e indietro da casa ogni volta che aveva necessità di prenderne uno.  Lo avevo visto solo un paio di volte, piccolo e curvo, con gli occhi scuri che guardavano sempre a terra, mi era sembrato un tipo discreto e poco ingombrante come vicino di parete.

Non sapevo quanto mi sbagliavo.

 

Il giorno dopo Giuseppe non sarebbe venuto, “La domenica mi riposo anch’io” aveva detto andando via. Anch’io volevo riposarmi, malgrado fossi rimasta a casa il sabato sera, avevo bisogno di riprendermi dalle fatiche del trasloco e desideravo dormire fino a tardi, nel sonno dimenticavo tutto, era il mio unico anestetico, al momento, e volevo usarlo fino in fondo.

Fu proprio verso le otto e mezzo di quella mattina, mentre stavo ancora dormendo profondamente, che un clangore metallico mi svegliò di soprassalto, spaventandomi.

Era il vicino innocuo. Mentre cercava uno dei suoi maledetti attrezzi, qualcosa gli era caduto dalle mani provocando un rumore infernale.

Mi affacciai alla finestra con il cuore che batteva all’impazzata.

“Che succede?” gridai.

“Oh, bella signora, scusi tanto ma mi è caduto il trapano…”

“Sono solo le otto e mezzo, non so lei ma io lavoro e tutti i giorni mi alzo presto, almeno la domenica vorrei dormire in pace. Era proprio necessario venire qui a far questo bailamme di domenica mattina?”

“Eh, bella signora, le otto e mezzo…beata lei! Io alle otto e mezzo sono sveglio da tre ore, anche la domenica. Qui in paese ci si sveglia presto.”

“Non m’importa cosa fate in paese, per me potete anche passare la notte in piedi ma io, a casa mia, la domenica mattina voglio dormire. Per le prossime volte stia attento, per favore”.

L’omino fece di sì col capo, anche se per un attimo ebbi l’impressione che in realtà il capo lo stesse scuotendo in segno di disapprovazione.

Immaginavo nella sua testa ottusa cosa stesse almanaccando: questa cittadina sfaticata che dorme fino a tardi chi pensa di essere, una gran signora? Cose del genere, e chissà le invettive che macinava dentro quel cranio liscio, senza capelli.

Nonostante la mia sfuriata, Armando, questo era il suo nome, non se ne andò subito, continuò tranquillamente a cercare le punte per il suo stramaledetto trapano e solo quando ebbe finito, senza fretta, se ne andò.

Tornai a letto sperando di riuscire a riprendere sonno ma niente da fare, la magia ormai si era guastata: un po' per il sole già alto che filtrava attraverso la tenda, un po' per i miei nervi scossi dal battibecco con quel tipo, il mio progetto andò in fumo. Spazientita, mi alzai maledicendo una volta di più il giorno in cui avevo messo piede in quel paese.

Dopo pochi minuti squillò il telefono. Era mia madre. Le raccontai del mio vicino disturbatore.

 “Finalmente qualcuno riesce a buttarti giù dal letto a un’ora decente di domenica mattina. Io non ci sono mai riuscita!” disse ridendo di gusto.

Fra le mille domande che mi fece, se avevo dormito, se stavo bene, se ero ancora stanca per il trasloco, se avevo già sistemato tutto eccetera, eccetera, mi lanciò la proposta di pranzare insieme.

“Io e tuo padre veniamo da te ma portiamo il pranzo già pronto. Oggi non devi cucinare né lavare i piatti, portiamo anche quelli e ce li riprendiamo belli sporchi, li laviamo poi a casa. Stasera esci a mangiare una pizza, come fai sempre la domenica, e sei a posto. Ti va?”

Certo che mi andava, al momento giusto sapevo anche essere opportunista. Le chiacchiere della mamma potevano sfinirmi a lungo andare ma una domenica senza cucinare né lavare i piatti era una prospettiva troppo allettante perché potessi rifiutarla.

Verso le tre del pomeriggio, mi disse, sarebbero dovuti scappare perché dovevano vedere zia Anna, l’unica, petulante sorella di mio padre. Non si poteva dirle di no senza scatenare una bufera di musi, risentimenti e ripicche, dunque, pur se con dispiacere, se ne sarebbero andati presto.

C’era anche il tempo di vedere i miei amici più cari, li avrei invitati a vedere la casa in attesa della festa di inaugurazione che si sarebbe fatta con calma, una settimana dopo.  Mi affrettai a telefonare prima che prendessero altri impegni.

La giornata, dopotutto, nonostante il vicino, si preannunciava piuttosto piacevole.

Feci una colazione spartana con una fetta di pane tostato e un bicchiere di latte, poi iniziai a pulire la casa, stavo per ricevere i miei primi ospiti e volevo che tutto fosse perfetto, e poi era in arrivo mia madre che avrebbe iniziato la litania delle lamentele se avesse visto che non avevo ancora passato l’aspirapolvere e lucidato i pavimenti a dovere. Lei era molto più temibile di qualsiasi ospite. E io non avevo nessuna voglia di litigare, non quel giorno.

Avevo appena iniziato a passare l’aspirapolvere, generando l’unico vero rumore della strada in quella domenica di sole, quando affacciandomi alla finestra notai uno strano tipo.

Alto, dinoccolato, con i vestiti troppo larghi che gli pendevano addosso, il viso scavato e gli occhi spiritati guardava verso la casa con aperta curiosità.

Passò avanti e indietro almeno tre volte, sempre con lo sguardo fisso alla casa.

Mi affacciai alla finestra per vederlo meglio e fargli notare la mia presenza, per niente imbarazzato, continuò a camminare guardando nella mia direzione e poi scomparve alla mia vista come una visione.

“Non si deve spaventare, “disse una voce che ormai conoscevo,” quello è Antonino, un povero diavolo che non ci sta tutto con la testa, ma è innocuo. Ha saputo che nella casa della signora  ci abita un’altra persona ed era curioso di vederla. Abita dall’altra parte del paese, nella zona nuova, sa? No, ma lei non sa…”

La testa calva di Armando era spuntata come dal nulla, all’improvviso, dalla porticina della rimessa dove era tornato a trafficare.

“Ho dimenticato di prendere il compressore. La mia testa non è più quella di tanti anni fa, eh, sapesse lei! Bene, ora me ne vado davvero, e fino a domani non mi faccio vedere. Buona giornata, bella signora”.

Non era il momento, avevo molto da fare e mi ero già arrabbiata abbastanza con lui per quel giorno, ora desideravo solo un po' di pace perciò non gli dissi che quel “Bella signora” mi dava un leggero fastidio e che per piacere la smettesse di chiamarmi così perché anzi mi dava proprio sui nervi. Mi ripromisi di farglielo presente alla prima occasione. Lo avrebbe capito? Ne dubitavo molto.

Si erano fatte quasi le undici, se conoscevo bene mia madre i miei sarebbero arrivati di lì a poco, carichi di cibarie e di buone intenzioni che si sarebbero puntualmente scontrate con le mie esigenze.

Dovevo sbrigarmi, fare il possibile per dare alla casa un aspetto decente e poi vestirmi in fretta.

Come previsto, i miei si presentarono poco prima di mezzogiorno, carichi di vettovaglie e di domande nuove alle quali non avevo nessuna voglia di rispondere.

Mia madre volle fare nuovamente il giro della casa, ufficialmente perché già non ricordava più com’erano disposte le stanze, in realtà per controllare se avevo sistemato tutto a dovere e casomai intervenire laddove ne avesse ravvisata la necessità. Era fatta così, inutile arrabbiarsi per la sua invadenza, credeva facesse parte dell’amore materno e non si sarebbe mai perdonata se non avesse ficcato il naso.

Mio padre invece ciondolò fino all’ora di pranzo, sedendosi ora qua ora là, come al solito senza sapere bene quale fosse il suo posto.

Chiacchierammo un po', poi finalmente ci sedemmo a tavola.

Fui interrotta da due o tre telefonate di amici che annunciavano la loro visita nel pomeriggio, con grande disappunto di mio padre, che odiava le interruzioni all’ora dei pasti.

Mangiai con gusto ciò che mia madre aveva preparato, consapevole di doverle almeno quel po' di riconoscenza che bisognerebbe riservare a chi si è dato tanta pena per farci felici.  Non sono mai stata brava a dimostrare la mia riconoscenza né a manifestare affetto e gratitudine, in quella occasione non fu molto diverso, mia madre ormai non ci faceva più caso ma io cominciavo a sentirmi a disagio con la mia chiusura affettiva. Mi pesava non riuscire a liberarmene.

Quando stavano per andare via, sulla soglia di casa, afferrai goffamente la mano di mia madre e la strinsi più forte del solito, lei mi guardò, quasi preoccupata, poi distolse lo sguardo per puntarlo su mio padre che si stava abbottonando male la giacca nuova, e quell’attimo fuggì.

Gli amici sarebbero arrivati più tardi, verso le cinque, avevo tutto il tempo di fare un riposino. Senza prendermi la briga di salire in camera, mi stesi sul divano e quasi subito mi addormentai.

Sognai, perfino. Di essere nel mio monolocale, con Tommasina che andava su e giù davanti alla ciotola come faceva sempre quando era in attesa della pappa.

Mi svegliai poco prima delle cinque, mi alzai e andai a sciacquarmi la faccia. Allo specchio vidi un volto slavato e grigiastro e pensai di truccarmi un po’: un velo di cipria, una spolverata di fard e poco mascara. Il rossetto no, avrebbe dato l’impressione di un vero trucco e io volevo avere un aspetto curato ma naturale. Soddisfatta del risultato, mi stesi nuovamente sul divano e mi misi in attesa degli ospiti sfogliando distrattamente una rivista.

Arrivarono alla spicciolata, uno dopo l’altro, ognuno con il suo gadget in mano. In poco tempo la casa si riempì di voci, di risate, di volti. Tutto quello spazio intorno a me aveva un senso ora che non era più vuoto.

Dopo un paio d’ore di chiacchiere, brindisi e sorrisi uscimmo per passare il resto della giornata fra pub e pizzeria, dove cenammo insieme.

A tavola scherzammo sulla mia nuova vita, c’era chi fra loro ci credeva sul serio al fatto che nella mia esistenza tutto sarebbe cambiato, come fossi diventata all’improvviso una ricca signora dalla vita facile. Lorena, Mariangela, Giacomo. Tutte brave persone. Lorenzo, Giancarlo, Miriam. Facce rosse e occhi liquidi, nessuno di loro, mentre rideva e mi offriva il calice per brindare, immaginava la tempesta che si agitava dentro di me. Solo Laura sapeva, e taceva. La mia confidente fidata. Lei sapeva, taceva e aveva fiducia in me. Io non ne avevo affatto.

La pizza mi parve sapesse di stantìo, ma era la mia bocca che rifuggiva il gusto, la gioia di mangiare un cibo buono. Avrei voluto farmi del male, punirmi in qualche modo.

Rientrai verso mezzanotte. L’indomani mi aspettava il primo giorno da pendolare e nel pomeriggio, al ritorno dal lavoro, avrei trovato Giuseppe ad aspettarmi per la lezione di giardinaggio. L’idea non mi entusiasmava, bisognava assolutamente trovare una scusa plausibile per vederci perlomeno a giorni alterni, sentivo di non riuscire a sopportare un impegno quotidiano.

E poi non avevo il tempo di fare giardinaggio, non avevo neppure il tempo di occuparmi delle pulizie.

Su insistenza di mia madre, e dopo sue accurate indagini, avevo assunto come aiuto domestico una signora che abitava vicino alla chiesa, in paese. Vedova e senza figli, poteva vantare una vasta clientela a testimonianza della sua efficienza e affidabilità. Unico neo pare fosse il suo carattere piuttosto ruvido, ma nessuno se ne lamentava troppo visti i risultati del suo lavoro.

Pur se recalcitrante all’inizio, alla fine di una estenuante discussione avevo ceduto alla proposta materna di farmi aiutare nelle pulizie di “quella casa così grande, troppo grande per fare tutto da sola”.

Nemmeno l’ultima obiezione funzionò: “Non mi posso permettere una donna delle pulizie, non guadagno abbastanza…” “Se è per questo ti aiuto io, non preoccuparti”.

A questo punto, a parte un debole “Non voglio” pronunciato con scarsa convinzione, non ebbi più la forza di rifiutare, dopotutto non aveva torto, la casa era grande e io lavoravo, da sola non ce l’avrei fatta. E poi conoscevo mia madre, temeva soprattutto che io finissi per trascurare la casa.

Ci accordammo per ingaggiare Manuela, così si chiamava la donna, una volta a settimana. Era già troppo, per me, avere un’estranea che si aggirava per casa mettendo le mani sulle mie cose, non potevo sopportare niente di più.

Con tutti questi pensieri in testa andai a dormire, la domenica ormai era passata, Tommasina continuava a nascondersi sotto il divano per venir fuori solo il tempo di mangiare e fare i bisogni, fra qualche giorno ne sarebbe uscita e finalmente la nostra vita insieme sarebbe ricominciata.

Dalla finestra uno sguardo al giardino mi disse che quella creatura verde e silenziosa era ancora lì, come un dito accusatore. E poi, si fa presto a dire il giardino. Com’è bello, che bel giardino, quasi quasi lo voglio anch’io… poi però c’è da sarchiare, potare, annaffiare.  Poi bisogna averne cura. Dedicargli tempo. I parassiti lo minacciano, bisogna intervenire. Essere vigili, accorgersi di ogni segno di sofferenza. Non è un giocattolo, e non è di plastica, è vivo. Una creatura viva. Come tutte le creature vive ha bisogno di cure, e di amore. La pazienza dell’amore. La vita verde pulsa come la nostra, solo che lo fa in silenzio, non grida, non si lamenta come noi. Quando una pianta ingiallisce e comincia a seccare sa che sta morendo, quelle sono le sue grida, la sua richiesta di aiuto.

Il mio giardino ora mi chiedeva di dimostrare di saperlo curare.

C’è chi si affida a un giardiniere, e si toglie dagli impicci ma non è la stessa cosa. Se ami davvero il giardino te ne prendi cura in prima persona, a meno che non sia talmente grande da non bastarti le forze, ma anche così puoi decidere di partecipare, di condividere con un’altra persona il lavoro immane che c’è da fare. Io, invece, fuggivo tutto questo. Il mio giardino era grande ma non tanto da impedirmi di occuparmene da sola, senza contare che un giardiniere fisso non me lo potevo permettere e non volevo assolutamente chiedere ai miei di aiutarmi a pagare anche quello. No, il mio problema era un altro. Io fuggivo, come al solito.

Lentamente si stava facendo strada dentro di me una nuova consapevolezza, affiorava come un pezzo di carta che galleggia su uno specchio d’acqua. Tutto il mio disagio in quella casa non era che paura di affrontare una nuova sfida, in fondo era quel che facevo da sempre, prima la cercavo e poi mi tiravo indietro. Mi ero sempre tirata indietro davanti a prove che mi sembravano più grandi di me, mi mancava il coraggio.

Solo che questa volta non si trattava di un’escursione in montagna o di un corso di ballo, ma di una casa che mia madre mi aveva donato come un pezzo di sé e che io ora, dopo averla sognata, rifiutavo come se fosse un vestito troppo stretto.

Sì, ero debole. Sì, mi mancava la forza di andare fino in fondo, di osare, di mettermi davvero in gioco.

Avrei voluto almeno piangere ma non ne avevo la forza.

In fondo cosa avevo saputo fare nella vita da sola? Niente. Ero una buona a nulla. Perfino il lavoro in ufficio me lo aveva procurato mio padre. Il titolare era suo amico, non ero gran che come impiegata ma non importava perché ero la figlia del suo amico, per il titolare bastava a considerarmi intoccabile. Tutto servito su di un piatto d’argento, diversamente, ne ero certa, non avrei saputo neppure procurarmi da vivere.

Ero stanca, e mi lasciai cadere sul letto, non avevo ancora tolto del tutto i vestiti, precipitai quasi subito in un sonno profondo e senza sogni.

La mattina dopo la sveglia suonò dieci minuti prima del solito, c’era un treno da prendere, adesso.

Alla stazione un gruppo di assonnati pendolari mi rivolse uno sguardo curioso: eccone un’altra, questa è nuova, una che si aggiunge al gregge che pascola sui binari…così dicevano quegli occhi.

Il treno arrivò con dieci minuti di ritardo, qualcuno fra gli altri viaggiatori mi disse che era sempre così, e che se volevo arrivare puntuale al lavoro allora avrei dovuto fare lo sforzo di alzarmi prima e prendere il treno precedente.

Non credo di avergli risposto, appena è arrivato il treno sono salita e ho cercato un posto a sedere che non c’era.

Feci tardi al lavoro, credo per la prima volta da quando ero stata assunta in quell’ufficio. Il mio capo era molto preoccupato. Unico a non sapere ancora del grande cambiamento, temeva mi fosse successo qualcosa.

“Eccoti. Tutto bene? Eravamo in ansia” disse vedendomi, e quasi mi abbracciava con un gesto accogliente del braccio.

“Ma no, oggi è il mio primo giorno da pendolare e il treno ha ritardato. Ho cambiato casa e paese, sa?”

Lo misi al corrente delle novità. Si disse contento di sapermi finalmente in una casa degna di questo nome, via da quel monolocale angusto, se poi avrei fatto qualche ritardo non era un problema, potevo recuperare andando via un po' più tardi.

Non era un problema per lui ma lo era per me: detestavo l’idea di dover aspettare i comodi di un maledetto treno.

Non c’era niente, nella mia nuova condizione di vita, che mi andasse veramente a genio.

Se le cose non fossero almeno migliorate entro un mese, e per cose intendevo il mio adattamento alla situazione, avrei rimesso la casa in vendita, era deciso. La scusa da propinare ai miei per non farli infuriare mi sarebbe venuta in mente, in un modo o nell’altro.

In ufficio recitai la parte della donna felice, invitai tutti i colleghi alla festa di inaugurazione con l’aria di una gran dama che si prepara ad un evento importante.

In realtà, non avevo la minima idea di come avrei organizzato il ricevimento, niente catering, questo era certo, per il resto era tutto da decidere. Dovevo fare da sola, o meglio, farmi aiutare da qualche amica volenterosa e abile in cucina. Ne avevo un paio che potevano rendersi disponibili, le avrei contattate la sera stessa.

Nei giorni seguenti l’organizzazione della festa fu un ottimo mezzo per distrarmi dalle mie pene.

La visita di Giuseppe con le sue lezioni di giardinaggio era l’unica cosa che mi riportava alla realtà, mettendomi ogni volta faccia a faccia con quel mondo verde che tanto mi spaventava. E quel mondo  brulicante di vita, dagli insetti ai vermi, agli uccelli che si posavano sul cachi non era la vita alla quale ero abituata. Volevo indietro le mie strade di città piene di auto e di gente frettolosa, le luci dei negozi e i semafori che scandivano il tempo.

Nel piccolo eden nel quale mi ero confinata non facevo molti progressi, esitavo, ero indecisa e distratta. L’angolo di terra incolto dove avrei dovuto piantare qualcosa a mia scelta sembrava fatto apposta per aggravare la mia crisi. Davanti a quello spicchio di terra scura concetti come esposizione, tipo di terreno, piante amiche o nemiche volavano via dalla mia testa come rondini nel cielo di primavera. Improvvisamente non sapevo più nulla, non ricordavo più nulla, e Giuseppe ogni volta mi guardava con gli occhi dello sgomento.

Per il resto ero bravissima nell’autoinganno. Un’illusione che per il momento bastava a non farmi crollare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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