Verde

 Verde...continua...

Buona lettura

Barbara Cerrone



III

  

 

Ecco, era fatta. Il sogno prendeva per mano la realtà.

Con i miei genitori mille discorsi, progetti, consigli. Io, con Tommasina che mi guardava andare su è giù per la stanza mentre riflettevo a voce alta (ovvero parlavo da sola), ero una mina pronta a deflagrare per distruggere il passato in nome di un futuro totalmente ignoto. Ero io, non un’altra, io che cercavo il cambiamento, io che avevo paura e andavo incontro barcollando ai miei timori. C’era una parte di me che non avevo mai incontrato e che bisognava conoscere, non sapevo se poteva essere un pericolo per me. Se poteva farmi male.

Completate le pratiche per l’acquisto, non restava che concordare la data in cui Maria Giovanna avrebbe liberato la casa. Di comune accordo, stabilimmo che se ne sarebbe andata verso la metà di marzo.

I miei si dissero disponibili ad aiutarmi per il trasloco, mio padre chiese in prestito il furgone a un suo amico, non c’erano mobili miei nel monolocale che occupavo, nonostante ciò di cose da portar via ne avevo accumulate molte fra abiti, soprammobili e cianfrusaglie di scarso valore alle quali, tuttavia, non volevo rinunciare.

Mia madre si mise subito a riempire scatoloni e valigie con il piglio di un’esperta, anche se in realtà non aveva mai fatto un trasloco in vita sua; mio padre, al solito, si era offerto come autista e uomo di fatica: sua l’incombenza di guidare il furgone e di caricarci sopra tutte le masserizie.

Chiesi un giorno di permesso al lavoro e mi preparai al grande evento.

La mattina del venticinque marzo, con una temperatura ben superiore alla media stagionale, accaldati, nervosi e litigiosi, dopo aver caricato il furgone fino all’inverosimile partimmo alla volta della mia nuova destinazione.

Tommasina entrò a fatica nel suo trasportino, per lei era il secondo traumatico cambiamento di scenario in poco tempo, era spaventata e nervosa, durante il tragitto la tenni sempre sulle mie ginocchia ma questo non bastò a calmarla, miagolò disperatamente per tutto il tempo. Smise solo quando arrivammo a casa dove, senza neppure guardarsi intorno, andò difilato a nascondersi sotto il divano damascato. Compresi che quello sarebbe stato il suo nascondiglio finché non avesse preso confidenza con il nuovo ambiente, mi augurai soltanto che una settimana le bastasse, come era successo quando l’avevo portata nel monolocale, lo speravo con tutta me stessa perché ora più che mai avevo bisogno di lei. Anch’io ero disorientata. Ora che il sogno era davanti a me, ora che nel sogno c’ero dentro, all’improvviso sembrava non interessarmi più. Forse a trent’anni ero ancora come una quindicenne che non sa cosa vuole, o più semplicemente avevo preso una decisione importante nel momento sbagliato: ero stanca, scoraggiata, probabilmente depressa. Non era il periodo migliore per decidere qualcosa. Fino al giorno prima saltavo di gioia e ora che mi trovavo in quella casa così grande ero smarrita. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a ritrovare lo sguardo del primo giorno in cui avevo visto la casa, e il giardino. Quelle sensazioni. L’attrazione magica che mi aveva spinta fino lì. Tutto sembrava diverso perché diverso era il mio sguardo.

Un effetto momentaneo del cambiamento che presto sarebbe passato, questo volevo pensare, intanto tutto quello spazio intorno a me era come un contenitore di solitudine e io ci sguazzavo dentro. Non mi ero mai sentita sola nel mio monolocale angusto, in quello spazio enorme invece era come se fluttuassi nel vuoto senza un appiglio, sentivo la vertigine.

La casa affacciava a destra su un vicolo dove le automobili non passavano, i vicini erano giovani che passavano la giornata fuori, al lavoro, come me. Quando rientravano, alla sera, un rumore domestico di stoviglie e piatti si levava dalle finestre spesso aperte, e mille odori di cucina si spargevano allegri fra quelle pietre, testimoni silenziose di un passato che batteva un tempo lento, solenne. Il rumore, così come lo conoscevo io, era un ospite sconosciuto.

A sinistra, invece, si stendeva a perdita d’occhio un mare verde di orti coltivati e campi. Quanto di più rasserenante, si sarebbe detto, ma non per me, perduta in quel vuoto.

Fu proprio in quel periodo che iniziai a scrivere poesie. La prima più o meno diceva così:

 

 

Dove va la tua vita,

mi chiedi,

va dove deve andare,

e io la seguo,

come un bambino smarrito.

 

 

Patetico.  Tutto mi sembrava patetico.

Cercando disperatamente di dissimulare il mio stato d’animo, proposi di andare a pranzo fuori: eravamo circondati da scatoloni e contenitori di ogni tipo, buttati qua e là alla meglio in attesa di avere una destinazione definitiva e non avevo nessuna voglia di mettermi a cucinare in mezzo a quel delirio.

Poiché si era fatto mezzogiorno, per prendere confidenza con il posto decidemmo di andare all’unico bar del paese, speravamo in una gustosa pizza o in un piatto di pasta casereccio e senza pretese.

Ad accoglierci, un donnone con i capelli di un rosso palesemente falso, sulla vestaglia a quadretti rosa innumerevoli macchie di unto testimoniavano un’intensa attività ai fornelli e un’altrettanto scarsa attitudine al bucato.

Ci fece accomodare fuori, “nel dehors” cinguettò, soddisfatta di offrirci una sistemazione che evidentemente considerava privilegiata.

Non c’era un vero e proprio menu scritto, questo ci parve ancora di più un segno di rustica semplicità paesana e di cucina casalinga. Le nostre illusioni caddero malamente non appena ci fu servito uno di quei piatti già pronti, coscienziosamente scongelato nel microonde. Dove credevamo fosse un forno a legna o un camino, troneggiava questo elettrodomestico che sapeva di fretta cittadina e di cucina improvvisata.

“Da Tina non è così” sentenziò mia madre cercando lo sguardo del marito che, per evitare polemiche,  stava guardando da un’altra parte.

Tina era il locale che nel mio paese di origine si avvicinava di più all’idea di bar, in realtà era molte cose insieme, osteria, bar, mescita vini e vendita alimentari…rispondeva a molte esigenze, insomma senza soddisfarne veramente nessuna fino in fondo. Da Tina bisognava sapersi accontentare, ma a sapersi accontentare c’era di che riempirsi la pancia con un certo gusto.

“Da Tina è da Tina, mamma, e qui è qui”.

La mia risposta secca riuscì a placarla, cambiò argomento e io le andai dietro volentieri.

Finito il pasto tornammo ad occuparci di svuotare gli scatoloni, di dare, insomma, alla nuova abitazione l’aspetto di una casa abitata. Era tutto molto faticoso ma mia madre sembrava inesauribile, come se quel trasloco riguardasse proprio lei. Decideva dove andava questo e quello e io non mi opponevo, anzi, le ero grata  perché per me, in quel momento, prendere anche la più piccola decisione sarebbe stato troppo difficile.

Verso sera avevamo quasi finito, quel che restava delle mie cose lo avrei sistemato da sola il giorno dopo. A questo punto anche i miei erano disfatti, finalmente si arresero ai loro corpi che chiedevano  riposo e mi salutarono soddisfatti, con la coscienza di aver fatto un buon lavoro.

Ora che loro se n’erano andati, ora che Tommasina continuava a non farsi vedere e anzi si spostava ancora più in là se facevo tanto di andare a sbirciare sotto al divano, ora che davvero ero sola in quel guscio troppo grande, in quella casa che mi metteva soggezione, mi sentivo persa.

Per distrarmi, più che per vero appetito, decisi di preparare la cena.

Mentre mangiavo mi sorpresi di nuovo a parlare da sola, ripetevo ad alta voce le cose ancora da sistemare, le pulizie domestiche da fare…avevo bisogno di sentire una voce, anche se era solo la mia.

Malgrado gli forzi fatti da mio padre che si era tanto industriato a sistemarla registrando canali e luminosità, non guardai la televisione, mi stesi sul divano cercando di leggere un libro o una rivista, senza riuscirci. Dopo aver vagato qua e là per le stanze per cercare di familiarizzare con quegli ambienti, decisi di andare a dormire, anche se la sola idea mi dava un’ansia terribile.

Di sopra, dopo la lunga scalinata in pietra serena, nella mia nuova e sconosciuta camera, mi aspettava il grande letto a due piazze. Per tutto il tempo in cui avevo vissuto nel monolocale mi ero lamentata del letto singolo nel quale dormivo, non c’era spazio per un matrimoniale e non volevo saperne di un bastardo, un letto a una piazza e mezzo non lo avrei proprio sopportato.

Adesso ne avevo a disposizione uno grandissimo, Maria Giovanna mi aveva lasciato reti e testata, io avevo comprato solo il materasso ma quel letto enorme all’improvviso era un pozzo dove precipitare nell’abisso, per me.

Non riuscivo ad addormentarmi, tentati più volte di aprire un libro ma la mia attenzione vagava qua e là, senza riuscire a fermarsi su nulla.

Ad un certo punto mi affacciai alla finestra, tanto per prendere un po' d’aria e dare un’occhiata al giardino: immerso in un buio assoluto, maestoso e indifferente, stava lì, testimone silenzioso del mistero notturno.

 E quel silenzio, quel silenzio antico. Assordante. Quando per la prima volta avevo visitato la casa ne ero rimasta affascinata, ora invece amplificava la sensazione di profonda solitudine che quel luogo mi rimandava. Aveva il sapore di un’assenza.

Nel silenzio era difficile allontanarsi dai propri pensieri, nella solitudine impossibile fuggire da se stessi.

Tornai a letto, ma il sonno non veniva.

Rimasi per un’ora intera a fissare le travi del soffitto. Da una di queste un piccolo ragno faceva su e giù penzolando sulla sua ragnatela, come incerto se scendere o tornare indietro. Non so se i ragni sono in grado di percepire una presenza umana a quella distanza ma se lo sono potrei pensare che quel mio piccolo ospite fosse spaventato da me, e cercasse di capire cosa gli convenisse fare, scendere e affrontare l’ignoto o risalire verso il soffitto, al sicuro. Per un attimo lo invidiai, viveva sotto l’ombrello protettivo dell’istinto e non doveva rendere conto a nessuno delle sue azioni.

La mia mente fu occupata in queste riflessioni fino all’alba, finché finalmente mi addormentai. L’ultimo mio pensiero prima di dormire ricordo fu per Tommasina: cosa avrebbe fatto lei se avesse visto il ragno penzolare? Di certo avrebbe tentato di afferrarlo, ne sarebbe nata una caccia senza tregua e forse il povero ragnetto non avrebbe avuto scampo. Non si poteva certo fargliene una colpa, Tommasina era così, doveva essere così. Il ragno, a sua volta, cacciava altre creature intrappolandole nella ragnatela, e neanche a lui si poteva farne una colpa.

La notte feci sogni agitati. Il più angosciante poco prima di svegliarmi.

Sognai di camminare tranquillamente lungo una stradina di campagna che costeggiava uno stagno, Tomasina trotterellava accanto a me miagolando a tutto quello che incontrava. Ad un certo punto io mi trovavo dentro lo stagno, forse ci ero caduta dentro, non so, dapprima l’acqua mi arrivava alle ginocchia e toccavo il fondo con i piedi, poi lo stagno iniziava a crescere con un rumore sordo di fiume in piena, cresceva e cresceva fino a diventare mare, un mare nero dove stavo annegando. Mi svegliai nel momento in cui nel sogno andavo giù, a fondo, e sulla superficie di quell’acqua scura ormai si vedevano solo le mie mani.

Erano le sette, la notte era passata.

A svegliarmi, il canto di uccellini trillanti.

Venivo da un mondo dove la mattina a svegliarmi era la saracinesca del negozio sotto casa, mi diceva che qualcuno, un essere umano, era là fuori, presente. I clacson impazziti testimoniavano di altri esseri umani che in quel momento stavano passando di lì, presenze vive che ora non sentivo più.

Aprii gli occhi e per un attimo pensai di sognare ancora, non capivo dov’ero e perché, ci volle qualche secondo perché ricordassi di essere nella nuova casa.

Provavo la sensazione di essermi perduta, di essermi smarrita e dovevo concentrarmi per pensare che invece ero proprio dove dovevo essere.

Tutto mi sembrava di nuovo assurdo e quasi irreale.

Ma c’era il giardino.

Feci colazione sul pianerottolo, lo avevo attrezzato con un tavolino e una sedia, mangiai  pane tostato con burro e marmellata e mi misi in attesa.

Era un sabato di sole, luminoso e caldo, il cielo azzurro sopra di me prometteva una giornata bellissima.

Giuseppe fu puntuale, non mi aspettavo niente di meno da un tipo come lui che aveva scritta in faccia tutta la sua affidabilità, sorrise fregandosi le grosse mani callose.

“Allora, cominciamo la lezione?”

Rideva. Lo divertiva l’idea di essere diventato all’improvviso un insegnante, un uomo che trasmette il suo sapere all’inesperta cittadina.

“Ci diamo del tu, eh? Se dobbiamo lavorare insieme…”

Certo, ci diamo del tu, Giuseppe e, certo, cominciamo. Avrei voluto abbracciarlo per essere lì, per aver mantenuto la promessa. Ero piena di entusiasmo, non vedevo l’ora di iniziare.

Fra iris e gigli appena nati, rose in procinto di sbocciare e narcisi che occhieggiavano in cerchio nell’aiuola che circondava il cachi, quell’uomo, quasi fosse un santone, mi introdusse come una nuova adepta nel suo mondo verde.

Mi parlò delle cure di cui aveva bisogno ogni singola pianta, le indicava una per una con le dita screpolate parlandone come se fossero state delle figlie. Di ognuna mi illustrava l’esposizione giusta come annaffiarle e con quanta acqua, cose del genere, cercando con lo sguardo i miei occhi come per assicurarsi che lo stessi ascoltando. Io lo seguivo sforzandomi di memorizzare tutte le informazioni, annuivo ma non sempre capivo veramente cosa avrei dovuto fare una volta rimasta sola a tu per tu con quel tesoro verde, temevo di non essere all’altezza e glielo dissi.

“Suvvia, ora ti senti così, ma vedrai che piano piano tutto ti verrà naturale. Devi sempre pensare che sono esseri viventi, quando la gente dice di una persona che è come un vegetale non sa di cosa parla. Le piante sono vive, e in qualche modo ci parlano. Ci fanno capire di cosa hanno bisogno, imparerai con l’esperienza, stai tranquilla, basta che tu le voglia ascoltare.”

Capire le piante, le loro esigenze, le piante parlano…il mio cinismo cominciava a farsi di nuovo avanti, le parole di Giuseppe mi apparivano stravaganti, ridicole, addirittura. Le piante, per me, erano sempre state vegetali e basta, bellissimi certo, ma pur sempre vegetali. Non riuscivo a considerarle vive allo stesso modo di animali e umani, era assurdo! Povero Giuseppe, troppi anni in mezzo al fogliame gli avevano ottenebrato il cervello, pensai.

La nostra lezione continuò, per un’ora buona quell’uomo paziente condivise con me accorgimenti e piccoli segreti, tutto il suo sapere uscì dalla sua bocca carnosa come da un forziere un tesoro. Non credo di aver registrato nella mente più di un decimo delle cose che mi disse quel giorno, quando mi salutò dandomi appuntamento al lunedì successivo ne fui sollevata: ero già stanca di sentir parlare di radici, potature e semina. E non ne potevo più di sentire le parole amore, cura, dedizione e ancora amore, cura e dedizione…forse era davvero tutto troppo impegnativo per me, la casa troppo grande, il giardino come una montagna da scalare. Non dissi nulla a Giuseppe, ci sarebbe rimasto troppo male e non lo meritava, confidava in me, mi vedeva come la persona giusta per continuare il suo lavoro.

Io invece mi chiedevo se non ero stata troppo superficiale  nel voler a tutti i costi inseguire quel sogno.

“Come sei pessimista, è un grosso cambiamento per te ed è solo il primo giorno, e se poi fra un po' di tempo la penserai ancora così puoi sempre venderla quella benedetta casa. Gli acquirenti non mancheranno, magari la compro proprio io!”

Rideva, Laura, e aveva ragione. Al telefono la mia amica sciorinò mille motivi per non arrendermi così presto e io sapevo che aveva ragione, tuttavia nemmeno la sua saggezza bastò ad infondermi un po' di ottimismo. Ero inquieta e insofferente. Se almeno Tommasina fosse uscita dal nascondiglio…avevo bisogno di una presenza.

Trascorsi il resto della giornata a chiedermi cosa potevo fare per passare il tempo in quel paesino addormentato al sole dove non c’era neppure un vero e proprio negozio di alimentari. Il bar vendeva qualche genere di prima necessità ma per trovare un supermercato fornito bisognava spostarsi fino al centro più vicino.

Raccolsi a fatica le idee, compilai velocemente una piccola lista di cose da comprare, salutai Tommasina che, ne sono certa, sentì ogni parola ma non si mosse e non miagolò come faceva sempre quando la chiamavo, e mi diressi verso il paese confinante.

 Erano solo tre chilometri, avrei potuto percorrerli in bicicletta ma non mi vedevo al sicuro su una due ruote traballante carica di borse della spesa, quindi presi l’auto. Per strada incontrai molti ciclisti del fine settimana, così li chiamo io, rossi in viso e sudati, che pedalavano in coppia incuranti delle auto che gli sfrecciavano accanto. Non ero abituata a quello spettacolo, urlai un insulto a un gruppetto più sfrontato degli altri, ne ebbi in risposta uno sguardo stupito: evidentemente per loro era normale invadere la carreggiata con le loro bici mentre chiacchieravano del più e del meno come fossero stati in un salotto. Doveva essere una cosa tollerata, da quelle parti, io invece la trovavo pericolosa, lo dissi qualche giorno dopo a un vigile il quale dapprima sollevò le sopracciglia e mi guardò con l’aria di non capire, poi annuì e fece un gesto come per dire che vuol farci, qui è così, ci vuole pazienza.

Ma io non avevo la pazienza del paese, io avevo la scarsa tolleranza del cittadino che non conosce chi gli passa a fianco e si sente libero di inveire su di lui quando fa qualcosa di sbagliato.

Ero ancora un’estranea fra estranei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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