Verde
"Verde"
continua....
Barbara Cerrone
II
Nei
giorni seguenti non pensai più al giardino, la routine quotidiana si riappropriò
della mia vita.
Il
sogno che avevo accarezzato in quel tiepido pomeriggio sbiadiva a poco a poco,
allontanandosi sempre di più dalla mia mente come l’immagine della stazione dal
finestrino di un treno in partenza.
Era
stato un bel sogno, simile a quelli che ogni tanto si fanno di notte e che ci
fanno affrontare il giorno con il sorriso sulle labbra perché, almeno in sogno,
siamo stati felici.
L’idea
di visitare di nuovo il giardino recitando ancora la parte della potenziale
acquirente ad un tratto mi sembrò sciocca e inutile, così rinunciai alla
commedia e tornai con i piedi per terra.
La
mia vita riprese il suo corso regolare, non così brutto, in fondo.
Ancora
una volta fu il caso che si mise in mezzo.
Circa
un mese dopo, mentre ero al lavoro, ricevetti una telefonata. Era mia madre.
Una telefonata di mia madre nel mio orario d’ufficio era già preoccupante, una
telefonata di mia madre singhiozzante e incapace di parlare era terrorizzante.
Era successo
qualcosa di grave.
“Che
è successo, papà sta male?” chiesi.
“No,
mio fratello. Zio Luigi…sta male…”
“Male?
Male come?”
Ancora
singhiozzi e sospiri poi “Morto, è morto”.
Sta
talmente male che è morto, pensai con quell’ironia acida che mia madre
detestava.
Con
molta fatica, fra invocazioni e lacrime, venni a sapere che mio zio aveva avuto
un infarto fulminante e che la notizia le era stata data dall’Annina, vicina
impicciona ma all’occorrenza anche utile, come in questo caso.
Aveva
sentito del trambusto, così aveva detto, (zio cadendo aveva travolto una sedia
e un soprammobile in ceramica che stava sul tavolo) ed era corsa subito a
vedere cosa era successo nella casa di quello scapolone sempre a caccia di
sottane. Questo però lo disse solo alle donne che accorsero alle sue grida.
Annina
giurò che zio mai, mai aveva dato a vedere di stare male,”sembrava un
giovanotto” assicurò, e l’allusione, conoscendola, era alle numerose e
variopinte signore e signorine che frequentavano la casa di Luigi, l’amatore.
“Era
un uomo pieno di vita”.
Chissà
perché spesso si dice questo dei morti, come se la morte si preoccupasse di
risparmiare chi ha più vitalità o se, a giudizio di alcuni, fosse preferibile
che la nera signora togliesse dal mondo solo i depressi e gli scontenti.
A
parte le considerazioni dell’Annina, mio zio era innegabilmente e
inesorabilmente morto, con buona pace della sua vitalità e dell’apparente buona
salute.
Zio
Luigi, oltre ad essere il mio unico zio in quanto unico fratello di mia madre,
era stato per lungo tempo il mio migliore amico e confidente.
Da
piccola giocavo sulle sue robuste ginocchia, da ragazzina piangevo sulle sue
spalle per le prime delusioni amorose. In poche parole lo adoravo e fu per me
un grande dolore quando lui e mia madre litigarono per l’eredità dei nonni. Nessuno
lo avrebbe mai detto, così uniti com’erano e lontani da qualsiasi avidità. Se
dovessi ricostruire i fatti non saprei da che parte cominciare, so solo che
chiusero i rapporti e che ora, mia madre, rimpiangeva di non aver fatto il
primo passo per riconciliarsi con lui.
“Ero
la maggiore, toccava a me…”
Maggiore
o no, il primo passo non lo aveva fatto, e ora che il fratello non c’era più si
macerava nel rimorso.
Sarebbe
stato crudele da parte mia infierire e confessarle che io, invece, non avevo
mai interrotto i rapporti con lui. Li avevo mantenuti in tutta segretezza, ci
incontravamo come carbonari, di nascosto.
Qualche
volta zio aveva manifestato il desiderio di fare la pace con la sorella prima
che fosse troppo tardi, ma il desiderio era rimasto un desiderio e il tempo
loro concesso per riappacificarsi ormai era scaduto.
Dopo
un’iniziale incertezza, dovuta più alla confusione del momento che a un vero
dubbio, mia madre decise di occuparsi del funerale, e reclutò anche me per il
disbrigo di tutte quelle dolorose e fastidiose incombenze che gravano sui
familiari in queste circostanze. Mio padre fu relegato al ruolo di autista, del
resto sono certa che non avrebbe voluto fare altro.
Zio
Luigi abitava in un paese vicino a quello dei miei, solo, con l’unica compagnia
di una gatta e di un allegro via vai di donne, tutte rigorosamente di
passaggio.
A
casa sua ci accolse un disordine anarchico quanto lo era stato lui, Annina ci
venne incontro per offrirci tutto il suo aiuto annunciando con aria grave che,
purtroppo, non poteva occuparsi di Tommasina e che bisognava trovarle una collocazione:
per caso ci veniva in mente qualche anima buona che poteva accoglierla?
Tommasina era la gatta, amatissima, di mio zio. Doveva il nome alla donna che
lo aveva allattato quando mia nonna, si diceva in famiglia per uno spavento,
aveva perso il latte. Pare che Tommasina fosse una giovane madre di tre figli
che abitava in paese, mite e di gran cuore che si era affezionata in modo quasi
morboso al neonato, tanto che, terminato il suo compito, aveva continuato a
frequentare la casa di mia nonna per poterlo vedere e seguire la sua crescita.
Zio Luigi, a sua volta, era legato a lei da un affetto filiale e teneva in
conto il suo parere in ogni cosa, la nonna ne era diventata gelosa e ad un
certo punto aveva allontanato la buona balia accusandola di rubarle l’affetto
del figlio. Solo all’improvvisa morte di Tommasina, investita da una delle
poche auto che allora circolavano in paese, nonna Gina si era resa conto di
aver esagerato e, pentita, fra messe e preghiere per la buon’anima, aveva
cercato di mettere riparo all’errore e di riguadagnarsi, secondo il suo
giudizio, un posto in Paradiso. Quando zio Luigi si imbatté in quella gattina
di pochi mesi, magra e visibilmente affamata, abbandonata da chissà chi sulla
soglia del palazzo comunale, non ci pensò due volte e l’adottò, unica femmina
ad aver messo radici salde e durature in casa sua. Le mise nome Tommasina in
onore della sua adorata balia, mia nonna all’epoca era già morta, stroncata
ancora giovane da uno di quei mali che una volta si dicevano incurabili, zio non
ritenne di mancarle di rispetto dando quel nome alla gatta.
Ora
Tommasina era una gattona adulta, grassa e timida, si nascondeva tremando ogni
volta che un estraneo entrava in casa.
Mia
madre non aveva molta simpatia per gli animali, di sicuro non li vedeva di buon
occhio in casa, la sua idea di pulizia domestica era tale che, se non avesse
temuto di rendersi ridicola, probabilmente avrebbe passato l’aspirapolvere anche
sulle foglie delle poche piante in vaso che aveva sistemato davanti al portone
d’ingresso. Nella sua dimora pulita e disinfettata non c’era posto per peli o
altri residui di origine animale, così decisi che me ne sarei occupata io, in
attesa di trovare qualcuno disposto ad adottarla. Non mi ero mai presa cura di
un essere vivente prima di allora, fosse pure a quattro zampe, secondo il mio
ex l’unica creatura vivente della quale mi sapevo occupare ero io e solo io.
La
vicina, rassicurata sul destino di Tommasina, ci guidò verso il guardaroba dove,
disse, potevamo cercare qualcosa di adatto per vestire la salma. Salma. A
questo era ridotto Luigi, l’amatore. L’uomo alto e robusto che mi sollevava da
piccola e mi faceva volare in aria.
Rovistammo
senza troppa convinzione fra i suoi abiti e alla fine trovammo un completo
scuro che ci sembrò facesse al caso nostro. Zio, burlone com’era, forse avrebbe
scelto qualcosa di colorato, lo proposi a mia madre che invece mi rivolse uno
sguardo sconsolato. Da me, disse, non se lo sarebbe mai aspettato.
Non
mi addentrai in discussioni che non avrebbero portato a niente, non era proprio
il momento. Preso l’abito scuro andammo di corsa a consegnarlo all’agenzia di
pompe funebri dove ad accoglierci trovammo un omino spaesato, al suo primo
“caso”, quindi piuttosto incerto circa quello che si doveva fare. Mia madre, ritenendosi
al contrario un’esperta del settore per aver partecipato praticamente a tutti i
funerali dei compaesani, cercò di dargli una mano, col risultato di confonderlo
ancora di più. Nonostante ciò, il povero zio ebbe il suo vestito e un rosario
fra le dita come si conviene a un buon cristiano.
Nella
sua nuova identità di salma zio Luigi giaceva nella camera mortuaria dell’ospedale
vicino, dove era stato trasportato quando aveva avuto l’infarto, nella speranza
di poterlo ancora salvare.
In
quel luogo freddo salutammo per l’ultima volta colui che ci aveva accompagnati
per un breve periodo della vita. Mamma pianse, mio padre si limitò ad assumere
un’aria grave, poi, dato che si avvicinava l’ora di pranzo, cominciò a guardare
ripetutamente l’orologio che aveva al polso. Mia madre conosceva bene il
significato di quel gesto, papà voleva mangiare e non c’era circostanza,
neppure la più pietosa, capace di distoglierlo dal suo stomaco che reclamava
cibo.
Lo
stomaco di papà, come al solito, ebbe la meglio. Tornando indietro ci fermammo
nel bar del paese, piccolo ma sempre molto fornito, dove la titolare imbastiva
con poco pranzetti appetitosi per gli avventori affezionati e per quelli
occasionali.
Il
funerale si svolse la mattina seguente, con poca gente, quasi tutte donne e
inconsolabili.
Gli
unici parenti, una lontana cugina e uno zio di mia madre, arrivarono in
ritardo, mancando la cerimonia in chiesa. Si presentarono al cimitero, affranti
quanto frettolosi e desiderosi di sbrigarsi il prima possibile.
Di
eredità in quella sede non si parlò, i miei per educazione e buona creanza non
ne avrebbero mai fatto parola con il corpo di zio appena sepolto, ma qualche
domanda cominciava ad affacciarsi anche alla loro mente. La casa non era di
proprietà, zio pagava un affitto modesto, ci disse il proprietario, opportunamente
accorso a dare l’ultimo saluto a un bravo inquilino “così preciso con i
pagamenti” e a pregarci, seppure con tatto da politicante navigato, di liberare
l’immobile alla svelta perché aveva bisogno di riaffittare. Se non la casa, allora,
cosa ci poteva essere in ballo? Cosa restava di zio, a parte i ricordi?
Non
lo sapevamo ricco né benestante, viveva del suo lavoro di rappresentante e non
si faceva mancare niente, anche per questo lo immaginavamo con pochi soldi da
parte, gli piaceva godersi la vita e non badava a spese. Chi poteva mai pensare
che invece avesse messo insieme quella piccola fortuna?
Questione
di naso per gli affari, che certamente non aveva avuto lui ma era frutto di
buoni consigli e saggi investimenti. La sorpresa di quell’inaspettato tesoro ci
lasciò a bocca aperta.
Accertato
che la buonanima non aveva fatto testamento, dato che non era sposato e non
aveva figli tutto il suo patrimonio andava all’unica sorella.
Il
fatto che fosse una somma ingente e che non risultassero in alcun modo debiti a
carico del defunto rassicurò i miei e indusse mia madre, incline com’era a
farsi un’idea fatalista e romantica degli eventi casuali, a credere che la
morte di Luigi fosse un segno del destino. Se il poveretto era morto così,
all’improvviso e in età ancora giovanile, doveva essere per uno scopo preciso,
a lei spettava capire quale.
Lo
capì nel giro di una settimana, e subito dopo mi telefonò.
“Elena,
senti, io ho preso una decisione, e papà mi appoggia…”
L’inizio
era preoccupante, quando mia madre annunciava di aver preso una decisione c’era
di che temere il peggio.
“…io
e papà abbiamo messo via una discreta sommetta, ci dovrebbe bastare per la
vecchiaia, così…ecco, i soldi di zio li diamo a te. Sarò un anticipo sulla tua
eredità, potrai farne quello che vorrai. Almeno non dovrai aspettare che tiriamo
le cuoia per goderteli!” Risata. Grassa risata.
“Mamma,
ma sei sicura? Grazie, è meraviglioso! So già cosa ci farò: comprerò una casa”.
Silenzio.
All’altro capo del filo non si sentiva un fiato. Certo, perché mia madre doveva
essere come minimo sotto choc. Io che annunciavo di voler comprare una casa? Poteva
essere solo uno scherzo. Si può quasi dire che perfino io pensavo di scherzare.
Non credevo a quel che dicevo, mi pareva impossibile. Era come se quelle parole
venissero da una voce interna che non conoscevo, o che non avevo mai ascoltato,
il che non fa poi tutta questa differenza.
“Scherzi,
vero?” disse dopo un po', e si sentiva che le tremava la voce.
“No,
mamma, dico sul serio. Per l’appunto ne ho vista una di recente che non ti
dico, bellissima. Andiamo insieme a vederla, vuoi? Così capisci perché mi sono
convertita.” Altra risata. Questa volta la mia.
“Veramente,
mamma, vieni con me e porta anche papà, così mi date un parere”.
Parere,
consiglio. Parole sparite da tempo dal mio vocabolario, ora facevano il paio
con il proposito di comprare casa e volavano leggere nell’aria, fino a cadere
come macigni, invece, dritte dritte nell’orecchio incredulo di mamma.
A
lei si era unito mio padre che all’inizio aveva origliato a distanza, cercando
di intuire quello che dicevo dalle risposte della moglie e ora, vista la
gravità della situazione, si era avvicinato e gridava attraverso il telefono che
lì non c’erano gli idioti. Dicessi meno sciocchezze che sennò quei soldi me li
facevano vedere in cartolina e guai a me se continuavo a prendere in giro la
mamma, e anche lui.
Ci
volle un buon quarto d’ora di giuramenti, preghiere, assicurazioni e lusinghe
per convincerlo che dicevo sul serio. Alla fine ci accordammo per trovarci a
casa mia la domenica successiva, subito dopo pranzo. Due chiacchiere, un caffè e
poi ci saremmo recati insieme sul posto.
Preferivo
non dire subito che la casa si trovava in paese, sarebbe stato troppo per loro,
in quel momento.
Misi
a soqquadro l’appartamento per cercare quel maledetto bigliettino con il numero
di telefono, lo trovai, accartocciato e con la scritta già un po' sbiadita,
sotto una pila di libri. Chiamai subito Maria Giovanna con il cuore che batteva
all’impazzata.
Al
telefono il tono della donna si sforzava di essere squillante e mondano ma la
voce era incrinata, opaca. Sembrava sofferente. Disse che la casa non era stata
ancora venduta e che senz’altro potevo andare a vederla con i miei la domenica
successiva, verso le sedici, non prima. “Prima devo fare il mio riposino”
aggiunse, con un tono malizioso che per un attimo mi fece ritrovare la donna
piena di vezzi della prima volta.
Era
fatta. Non sapevo perché, ma ero felice. Avevo abbandonato da tempo il pensiero
di quella casa e ora la morte di zio causava uno tsunami di eventi a catena, di
emozioni, che la riportavano in auge. E rimettevano
le mie carte in gioco.
Mi
venne voglia di sentire un discaccio di pop scatenato e senza pretese, una cosa
per ballare muovendosi come forsennati, senza pensare.
La
povera Tommasina che, da quando era arrivata a casa mia era così spaventata dal
nuovo ambiente da vivere rintanata nel suo nascondiglio per uscirne solo in mia
assenza ed esclusivamente per mangiare (come intuivo dalla ciotola che trovavo
vuota al mio ritorno dal lavoro), deve essersi spaventata ancora di più
sentendo la musica a tutto volume e il bum bum dei miei piedi che saltavano qua
e là, convinti di ballare. Uscì allo scoperto solo dopo una settimana. Passarono
quindici giorni prima che si lasciasse avvicinare e, con molta prudenza,
accarezzare.
La
capivo, in fondo: anch’io ero un po' come lei, in quel periodo, diffidente e
smarrita. Ci accorreva del tempo per ritrovare fiducia negli altri e nel mondo
circostante. Forse ci occorreva proprio quel giardino.
La
domenica i miei furono puntualissimi, come al solito, alle quindici e trenta
suonarono il campanello e salirono su da me, con un fagotto di pasticcini in
mano. Mia madre si presentò nel suo nuovo look: capelli cortissimi di un rosso
violento, cambiamento che all’inizio aveva fatto infuriare mio padre: lui, con
la sua chierica (lo ricordavo così fin dalla prima infanzia, credo di non
averlo mai visto con tutti i capelli) refrattario a cedere a qualunque moda non
poteva capire quel bisogno di mia madre di uscire dai soliti, classici, binari
almeno nell’aspetto. Poi, come al solito, l’aveva digerito, insieme a molte
altre cose che per quieto vivere dovevano sopportare entrambi a vicenda. Non
dissi a mamma che stava bene, sarebbe stato come riaccendere la miccia e non
era proprio il caso.
Chiacchierammo
un po' del più e del meno, mia madre mi aggiornò su novità paesane per le quali
finsi un interesse che non avevo affatto mentre papà ci ascoltava, muto,
esibendo un’espressione annoiata tanto perché capissimo che a lui, di quei
discorsi, non importava niente. Li sopportava e basta.
Papà:
più grande di mia madre di dieci anni e da poco in pensione, combatteva con la
noia quotidiana di chi non sa coltivare interessi nella vita. Mia madre:
casalinga di stampo quasi masochistico, annullava i dispiaceri
nell’aspirapolvere. Guardandoli ora, così, insieme mi apparivano per la prima
volta stanchi, grassi e invecchiati. Vinti
dall’età, dal tempo, dalla vita. Papà quando ero bambina diceva spesso che la
vera differenza fra gioventù e vecchiaia era che da giovani si combatte per
vivere e da vecchi, invece, per sopravvivere. Ecco, io invece volevo combattere
per vivere fino all’ultimo istante della mia vita. Lo sentivo più che mai ora
che li avevo davanti agli occhi, arresi e impotenti difronte al passare del
tempo.
Io
non sarei finita come loro, a fingere di vivere e invece vegetare, ingrigire
nel monotono scorrere dell’esistenza. Io, a differenza di loro, avrei avuto una
vita. Anche se non sapevo bene in cosa esattamente consistesse avere una vita.
Forse vivere secondo la propria indole? Non rassegnarsi? Oppure buttarsi a
capofitto nelle cose, senza timori e senza freni? Qualunque cosa fosse volevo
scoprirlo e avere la mia parte di vissuto da raccontare al momento opportuno.
Anzi,
raccontare non era abbastanza, volevo diventare una vecchia terribile, una di
quelle che lottano fino alla fine per ciò che credono importante.
“Non
sarà ora di muoversi?” il tono perentorio di papà mi richiamò all’ordine: se
c’era una cosa che il mio caro genitore non tollerava era proprio far tardi a
un appuntamento.
Ne
approfittai per mettere fine a una conversazione che in fondo mi stava
annoiando, dedicai a mio padre uno sguardo riconoscente, infilai una giacca
leggera e, con l’aria di un vigile che dirige il traffico, feci cenno ai miei
di seguirmi.
Il
breve tratto di strada da percorrere per fortuna non concedeva molto tempo alla
conversazione, mamma tentò più volte di riprendere il discorso lasciato in
sospeso ma fu puntualmente arginata da papà che, impegnato a monitorare la mia
guida che trovava troppo disinvolta, interrompeva ogni volta le sue parole per
infilare qua e là un’imprecazione contro la velocità e l’incoscienza di molti
giovani al volante.
Dieci
minuti dopo eravamo già arrivati.
Maria
Giovanna ci stava aspettando sulla soglia di casa, fumava una sigaretta con lo
sguardo fisso al cielo dove stralci di nuvole contendevano il posto al sole. Accanto
a lei c’era Giuseppe, si stava lamentando di certi reumatismi che, diceva, “gli
mangiavano le gambe”.
Ci
vennero incontro a braccia aperte, come fossimo vecchi amici.
“Benvenuta,
questi sono i tuoi genitori, immagino…fortunati con una ragazza così” fece. Notai
che zoppicava: era caduta, disse, e si era slogata una caviglia. Aveva anche un
livido sulla guancia sinistra.
“Ho
sbattuto questa bella faccia a terra, sono proprio una vecchia donna. Invece i
tuoi sono ancora giovani, che bella famiglia, complimenti!”
A
mio padre, che detestava le blandizie, fu subito antipatica quella signora
senza età che fingeva benevolenza quando non ce n’era bisogno: erano affari,
punto, non bisognava diventare amici.
Io
me ne stavo in disparte, apparentemente per lasciare spazio ai miei che vedevano
la casa per la prima volta, in realtà per un senso di disagio che
improvvisamente mi aveva assalito rivedendo quel posto. Mi sembrava che, nel
breve intervallo trascorso fra la prima e la seconda visita, il tempo avesse
coperto con una sottile polvere grigia tutto, persone e cose. Forse le case
sono come le persone, fanno proprie le emozioni di chi le abita.
Maria
Giovanna dietro quel sorriso forzato non era felice, non come voleva far
credere. Vendere la casa significava andarsene da quel luogo che diceva di
odiare ma che in fondo rappresentava tutto il suo passato. La sua gioventù. E
magari anche l’amore per Giuseppe. Frugando nei suoi occhi vidi solo una
vecchia donna spaventata dal futuro, lasciare quel luogo non era una
liberazione, si vedeva dalla piega amara che prendeva la sua bocca quando ne
parlava. Nascosto fra le parole, il suo senso della fine. Quando per la prima
volta sentii parlare di un suo probabile ricovero in casa di riposo compresi il
perché.
Quel
giorno solo il giardino sembrava indifferente ai dolori degli uomini e riluceva
splendido al sole. Le piante, umide per la pioggia recente, mostravano ancora
più vividi i loro colori.
Scacciai le inquietudini della mente, il
dolore di Maria Giovanna non doveva essere anche il mio. Ora volevo solo
godermi quel momento, stamparlo bene nella mente anche se non sapevo affatto
cosa stavo facendo.
Ancora
una volta fu Giuseppe ad accompagnarci su e giù per le stanze, soffermandosi
sui particolari che secondo lui facevano di quella casa una dimora unica.
Papà
e mamma annuivano e facevano domande, sembravano due scolaretti in gita, io li
seguivo e facevo a mia volta mille domande a Giuseppe che sembrava non
stancarsi mai di rispondere. Come se fosse un piacere, per lui, un’opportunità
che gli offrivamo di parlare della casa che amava come se fosse sua.
Al
giardino i miei dedicarono un’occhiata frettolosa e distratta, classificandolo
semplicemente come spazio buono per cenare in estate, così, senza pretese, piazzando
un tavolaccio qualsiasi e qualche sedia.
Questo
non piacque a Giuseppe, era chiaro da come li guardava e da come guardava me
quasi implorando il mio aiuto per far capire che quel giardino era molto di
più. Credo di avergli rimandato indietro uno sguardo rassegnato e complice,
l’importante era che almeno io ne cogliessi il significato perché sarei stata
io a prendermene cura.
Papà,
infine, pur rendendosi conto che a quel prezzo era un affare, tentò comunque di
spuntare un po' di sconto, senza riuscirci. Piccato, per non darla vinta subito,
per tenere un po' in sospeso la proprietaria e riflettere bene prima di un sì
definitivo, disse che ci avremmo pensato e avremmo fatto sapere la nostra decisione
in capo a una settimana.
“Ti
consiglio di fare un’altra visitina,” mi sussurrò all’orecchio,” si fa sempre
in questi casi. Potrebbe esserci sfuggita qualche magagna. Fra qualche
giorno…osserva di nuovo bene bene tutto, capito?”
I
suoi occhi azzurri si facevano più scuri e penetranti quando diceva qualcosa di
importante. Come quando mi sgridava per le mie marachelle infantili: niente mi
spaventava di più del suo sguardo incupito che sembrava un mare in tempesta.
“Certo,
lo farò” dissi.
Lanciai
un’ultima occhiata al giardino e poi andammo via, soddisfatti.
L’unica
timida obiezione venne da mia madre. Mi rendevo conto che andando a vivere in
quel paesino avrei dovuto fare la pendolare per andare al lavoro? Vivendo in
città, a pochi passi dall’ufficio, ero abituata ad andarci a piedi…ero proprio
sicura? Sicura sicura? Chissà con quali mezzi di fortuna avrei dovuto
arrabattarmi per raggiungere l’ufficio, oppure mi sarei dovuta rassegnare a
prendere la macchina tutti i giorni.
Certo,
risposi io, ero sicura anche perché la casa si trovava a soli cinque minuti
dalla stazioncina locale e di treni che raggiungevano in venti minuti la città
vicina ce n’erano in abbondanza, uno ogni mezz’ora, per la precisione. Tutto sommato niente di drammatico, un prezzo
accettabile per vivere in una casa come quella.
Non
furono sollevati altri dubbi, solo, si commentò, la proprietaria doveva avere
una gran fretta di concludere per cedere la casa a quel prezzo. Sicuramente c’era
di mezzo qualche grosso debito, sì, probabilmente le cose stavano così.
Una
volta a casa salutai i miei e mi precipitai a telefonare alle amiche per dare
la bella notizia: presto avrei avuto una casa, una bella casa, tutta mia. E un
giardino.
“Farò
una festa per l’inaugurazione” e dicendolo immaginavo la gente che gremiva il
giardino e si guardava intorno incredula, con un bicchiere di spumante in mano
chiedendosi con un sorrisetto ironico cosa poteva mai fare Elena con un
giardino, a parte forse qualche festa in estate.
Si
sarebbero divertiti, mi avrebbero presa in giro ma col tempo si sarebbero
ricreduti. Col tempo avrei fatto di quello spazio verde un piccolo eden e,
anche se ora combattevo con me stessa, con cose che non comprendevo del tutto ma
che erano dentro di me, potentissime, prima o poi avrei capito e sarei stata in
pace.
Misi
giù il telefono e cominciai a darmi da fare per preparare la cena. Tommasina,
che ormai aveva superato la timidezza dei primi giorni, era accanto a me,
pronta a cogliere l’occasione per guadagnarsi un bocconcino succulento. Nonostante
il tam tam, non avevo ancora trovato nessuno disposta ad accogliere in casa una
gatta adulta e poco socievole, neppure troppo bella, per la verità. C’era il
rischio che rimanesse con me anche se, ad essere sincera, l’idea cominciava a
piacermi. Io, solitaria per scelta e per vocazione, ero ormai abituata alla sua
presenza nella mia vita. Aveva i suoi
ritmi, dormiva con me, la mattina si svegliava presto e dopo aver mangiato si
accoccolava nella sua poltrona preferita, credo passasse l’intera mattinata e
parte del pomeriggio a dormire perché quando tornavo dal lavoro, verso le
quindici, la trovavo ancora lì. Al mio ritorno si concedeva qualche boccone e
si addormentava di nuovo, questa volta nella sua cesta. Si svegliava del tutto
più o meno all’ora di cena, e si metteva in moto per raccapezzare qualcosa
dalla tavola, fosse pure una briciola di pane. Sembrava una questione di
principio: dividere la cena con me, qualunque cosa ci fosse in tavola. Tutto
sommato avevamo legato, stavamo bene insieme. Eravamo compagne.
Sotto
la stretta sorveglianza di Tommasina, cucinai un piatto di spinaci che lei
all’inizio disdegnò, poi, compreso che non c’era molto di più, si accontentò di
un piccolo assaggio, apprezzando molto il formaggio copiosamente sparso sulla
verdura per insaporirla prima di saltarla in padella. Frugando nel frigo trovai
qualche avanzo di salume e altro formaggio, tutto molto appetibile per lei che,
dopo aver testato un po’ di questo e un po' di quello, ritenendosi soddisfatta
si ritirò nella sua cuccia per un altro pisolino, prima di quello notturno.
Nella
nuova casa avrebbe avuto tanti stimoli a tenerla sveglia e tanto spazio ma,
soprattutto, un angolo verde dove correre e cacciare come un vero gatto.
Nei
giorni che seguirono mia madre si fece viva più spesso del solito, era l’eccitazione
della novità che le dava la spinta a parlare senza freni, come una bambina
davanti a un nuovo gioco.
Si
era convinta che la mia decisione di trasferirmi in paese nascondesse in realtà
una nuova presenza maschile nella mia vita, qualcuno che abitava lì, insomma.
Cercava in ogni modo di cavarmi questo segreto dalla bocca, nonostante negassi
ogni volta tornava alla carica più decisa che mai, testardamente persuasa che
io volessi nasconderlo.
Quando
finalmente capì che non esisteva nessun uomo misterioso la delusione calò sul
suo animo come un sipario, lo spettacolo era finito, si tornava alla realtà.
A
mia madre la realtà non piaceva, e a chi piace? Quasi a nessuno, ma lei proprio
non ce la faceva a venire a patti, così sognava e spesso si convinceva che i
suoi sogni erano realtà e faceva confusione. Si confondeva e poi, sempre,
crollava. Rialzarla, dopo la caduta, era lavoro per mio padre, l’unico modo che
conosceva era trovare subito un nuovo sogno che le si attagliasse.
Non
lo proponeva, lo suggeriva. Soffiava, quasi, le parole giuste nei suoi orecchi,
evocando un’immagine che creava la suggestione necessaria per mettere in moto
il meccanismo dei sogni, e il meccanismo in effetti si muoveva, portandola dove
lei voleva andare, comunque sempre lontano dalla realtà.
L’uomo
misterioso fu presto sostituito dall’uomo “che verrà”, un uomo semplice, di
paese ma colto e abbastanza ricco da fare di sua figlia una signora.
A
questo nuovo sogno si aggrappò mia madre, pensando con forza che in fondo tutto
era così strano, la mia decisione di andare via dalla città, di comprare casa
in uno sperduto villaggio eccetera, perché tutto era successo per un destino
ben preciso che mi aspettava proprio lì, e il destino nel suo sogno prendeva
l’aspetto di quell’uomo. Lo assicurava mio padre, soffiandone piano piano il
fantasma al suo orecchio.
Due
giorni dopo la visita con i miei tornai a vedere la casa, non notando niente
che potesse farmi cambiare idea decisi che sarei andata avanti.
Dopo
otto giorni, chiamai Maria Giovanna per dirle che l’avrei comprata.
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