Verde
Pubblico da oggi un mio racconto lungo, "Verde". Ecco le prime pagine...
Buona lettura
Verde
Barbara Cerrone
Questo potrebbe
essere un sogno o una specie di fiaba inventata una sera d’inverno davanti al
camino.
Oppure una storia
vera.
Io non credo
nell’asfalto, io amo solo il verde. A volte penso che perfino il mio cuore, il
mio stesso sangue, siano verdi.
Non sono fanatica,
non è vero, chi mi critica non ha capito che dentro di me germoglia ogni giorno
un fiore, non è certo colpa mia se non sento il fascino delle strade cittadine
e delle vetrine o delle auto di lusso che sfrecciano con tipi iper griffati a
bordo. Io sento solo la brezza di primavera, sento gli alberi, le foglie che
non ci sono più e festeggio le nuove, le nascenti foglie che mi daranno una
tenera ombra la prossima estate. Se la città fosse fatta di alberi mi
piacerebbe, se ci fossero fiori e piante invece dei semafori, gente che cammina
con passo lento e nessuna automobile, mi piacerebbe. Così com’è, invece, la
lascio volentieri a chi si spolvera il soprabito solo per aver sfiorato un ramo
con una manica. Se potessi farei germogliare le pietre, e non negli interstizi,
proprio nel cuore. Il cuore delle pietre che cambia natura e si fa fiore o
foglia o ramo. E grandi orti a circondare le città, grandi serbatoi di vegetali
freschi, allegre combriccole di pomodori al sole, erbette aromatiche a
profumare l’aria e la tavola degli uomini nuovi.
Il gelsomino
ovunque, a segnalare percorsi e stradine, lo vedo mentre al posto del
navigatore indica la via giusta con il suo profumo. Un tappeto di margherite a
dare il benvenuto sulla soglia dell’ufficio all’aperto, e quando piove un
pergolato fitto fitto di edera e rampicanti a riparare gli impiegati, gente che
non ha dimestichezza con la burocrazia e che tasta il polso alla terra, se sta
bene, se non sta bene, se ha bisogno di cure, come dove e perché. Più
giardinieri e agricoltori che impiegati, innamorati delle zolle fertili, dei
fiumi che cantano fra i sassi.
E per spostarsi
sentieri tagliati fra i boschi, come fosse una passeggiata andare al lavoro, camminando
piano, senza fretta, consapevoli che il tempo se non lo divori per la fretta
dura di più. Lungo la strada, poi, soffermarsi ad osservare gente che lavora la
terra nei campi ai lati della strada e saluta chi passa, magari lo invita a
fare una chiacchiera o a gustare un frutto del suo campo per un giudizio sulla
qualità e se è buono lodarlo, se è insipido alzar le spalle e dire: “Pazienza,
la prossima stagione andrà meglio”.
Tutto è cominciato
con un semplice giardino.
Ne avevo visti di
più belli quando ancora non ero pronta per germinare nella mia vera natura.
Piante e fiori non
mi interessavano, che ci fosse o no il giardino in una casa per me era
indifferente, quasi non me ne accorgevo. Questa ero io, allora.
La città era la
mia dimensione, me n’ero andata dal paesino nel quale ero nata e cresciuta per
non soffocare di noia, continuare a viverci sarebbe stato impensabile. Per non
parlare della campagna. Sonnolenta e monotona, così appariva ai miei occhi. Per
le vacanze sceglievo luoghi pieni di gente, grandi città che non conoscevo,
posti dove facevi un bagno di folla tipo New York. Oppure il mare in piena
estate e in località affollate di turisti, quel tipo di mondo lì, perché mi
faceva sentire viva fra i vivi.
Non temevo il
grigio di certe strade cittadine, non mi sentivo sola nel monolocale dove da
cinque anni avevo stabilito la mia tana. Non avevo bisogno del canto degli
uccelli per sentirmi bene né del verde dei prati. Il rumore era un compagno
come un altro, il traffico mi dava allegria. Movimento, vita, gente. Questa per
me era la città, mi stava bene addosso come un vestito cucito direttamente sulla
pelle.
Solo che le cose,
le situazioni in cui ti trovi nella vita non sono sempre quelle che decidi tu.
C’è il caso, ad esempio. Qualcuno dice che invece non c’è, che sei tu il caso. Tu
con le tue vere, profonde, esigenze che agiscono al posto tuo.
Perfino lo smog,
in città, mi pareva un prezzo onesto da pagare per vivere da urbanizzata.
Il fatto è che quel
giorno ero stanca, venivo da una relazione faticosa, da una separazione
faticosa, da un momento faticoso della mia vita ed ero un guscio vuoto. Il
mondo improvvisamente era un macigno che mi pesava addosso, l’odore acre dei
gas di scarico era il suo respiro. E poi il caso, che forse esiste e forse no.
In ogni modo, in
una soleggiata domenica pomeriggio di novembre, avevo inforcato la bici ed ero fuggita
via dall’aria melmosa della città, pedalavo senza fretta e non avevo una meta. Non so come mi sono trovata davanti a quella casa,
la più maestosa fra le modeste abitazioni del piccolo borgo che sembrava
ritagliato nella pietra.
Situata ai piedi
della ripida salita che portava al paese antico, si affacciava sul fiume
sottostante e a destra sul vicolo lastricato, mentre alla sua sinistra si
stendeva un mare verde di orti coltivati e campi a perdita d’occhio. Sulla
sponda opposta del fiume, in cima alla collina, quasi fosse un severo guardiano
a protezione del paese sottostante, stava il campanile della chiesa medievale.
La casa aveva un
giardino.
All’inizio non lo avevo notato, mi guardavo
intorno alla ricerca di un sostegno qualsiasi dove appoggiare la bici, poi lo
vidi. Una specie di folgorazione. Fui conquistata da una bellissima rosa
rampicante avvinghiata a un muro in pietra, fui rapita da un gigantesco cachi
proprio al centro dell’aiuola più grande, fui incantata da un pugno di primule
colorate, disposte in cerchio intorno al cachi, che parevano bambini in un
vorticoso girotondo. Il profumo del gelsomino, tenacemente abbarbicato al
corrimano della scala che dal giardino saliva fino alla porta secondaria della
casa, mi inebriava. Mi girava la testa.
“Bella, eh? Risale
al 1600.”
La voce alle mie
spalle era di un omone massiccio, le sue mani, sporche di terra, tenevano
stretto un piccolo vaso di terracotta, evidentemente preparato per ospitare una
pianta. Indossava un paio di pantalonacci grigi e una maglietta slabbrata di un
verde stinto, senza aspettare la risposta mi tese la mano libera e afferrò la
mia con una stretta vigorosa. I piccoli occhi gli si infossarono nel volto
imbrunito dal sole fin quasi a scomparire quando disse di essere il giardiniere,
giardiniere e factotum, precisò. Disse anche che la casa era in vendita e che
la proprietaria aveva fretta di sbarazzarsene, perciò se volevo visitarla ero
la benvenuta anche se non avevo un appuntamento: più gente la vedeva più aumentavano
le possibilità di venderla.
Non so cosa mi prese, mentii affermando che mi
ero fermata proprio perché speravo di vederla dal momento che pensavo di
comprare una casa da quelle parti, in realtà volevo solo entrare e fare un giro.
Lo seguii mentre mi guidava verso l’entrata, attraverso il giardino.
Più mi guardavo intorno più il mio senso di
vertigine aumentava. Oggi, a distanza di tempo, mi dico che i tempi erano
maturi perché in me nascessero nuove esigenze, semplicemente. Mi imbattei nel
giardino nel momento giusto, oppure i miei avi nati e cresciuti in campagna si
stavano vendicando perché io, scegliendo di vivere in città, avevo rinnegato le
mie radici.
La proprietaria era
in soggiorno, adagiata sul bel divano damascato, distesa e maestosa come una
regina. Trucco leggero, capelli di un
biondo chiarissimo raccolti in un morbido chignon: una bella donna che non si
arrendeva al passare degli anni, si sarebbe detto matura ma di età indefinibile,
anche se pare ci fosse chi si diceva certo avesse ormai girato la boa dei
settant’anni. Mi accolse con un sorriso, scoprendo una dentatura fitta e
candida nel viso largo dalle guance molli. Gli occhi, di un celeste slavato,
seguivano ogni movimento di Giuseppe, il giardiniere, come se dovessero
controllare che l’uomo eseguisse con precisione un programma prestabilito.
“Maria Giovanna,”
disse tendendomi una mano bianchissima, “Mi chiami così, niente signora”, si
raccomandò. Pochi in paese la chiamavano Maria Giovanna, per tutti gli altri
lei era “la signora”. Era considerata una donna capricciosa, volubile,
altezzosa, se a me concesse tanta confidenza probabilmente fu solo per ingraziarsi una
potenziale acquirente. Aggiunse di essere dispiaciuta di non potermi
accompagnare durante la visita ma aveva le gambe a pezzi dopo una lunga
passeggiata in collina, c’era ansia nella sua voce quando mi informò che aveva
fretta di vendere perché non ne poteva più di stare in quel paesino a subire la
vita in un posto fuori dal mondo. Sì, disse proprio così: ”subire la vita”.
L’espressione mi colpì, avevo avuto spesso la stessa sensazione quando ancora abitavo
nel mio paese di origine, anche se mi sembrò lo dicesse senza pensarlo
veramente, come se volesse convincere se stessa che stava per fare quello che
voleva e non quello che era costretta a
fare.
Chiese a Giuseppe
di mostrarmi la casa e poi, uscendo, il giardino. Non potevo certo dirle che a
me interessava solo il giardino, seguii docilmente quella specie di gigante
buono che mi mostrò tutto il piano terra, con il soggiorno luminoso e la grande
biblioteca piena di libri a paragone della quale il mobiletto di casa mia, con
i pochi testi salvati dalla vendita al negozio dell’usato, scompariva del tutto,
poi il bagno di servizio dalle pareti rosso pompeiano e la cucina rustica
grande abbastanza da ospitare una tavolata di persone. Quindi, attraverso un’antica
scala in pietra, salimmo fino al piano superiore, la voce della signora, sempre
distesa sul divano, ci seguiva di stanza in stanza senza che potessimo capire una
parola di quello che diceva.
“Che cavolo parla
se non la possiamo sentire!”
Giuseppe la amava
e la odiava, lo compresi da come parlava di lei, da come l’aveva guardata tutto
il tempo mentre eravamo in soggiorno. Da come si proiettava in un futuro dove lei
non c’era.
Pensai perfino che
fra loro due ci fosse stato qualcosa, in passato, per quanto appariva forte
quel contrasto di sentimenti.
Erano, i loro, i
tipici atteggiamenti di una vecchia coppia che un tempo si è amata e poi, spossata
da stanchezza, incomprensioni o semplice noia, ha chiuso il rapporto fra
amarezze e risentimenti rimanendo tuttavia legata per convenienza o per paura
della solitudine.
Qualche tempo dopo
venni a sapere che in paese ad un certo punto si erano veramente diffuse voci di
una presunta relazione fra i due.
Il marito,
illudendosi di far tacere i maligni, aveva deciso di non licenziare il buon
giardiniere proprio per dimostrare la sua fiducia in lui e, di conseguenza, la
falsità dei pettegolezzi.
Ben presto il
rimedio si rivelò peggiore del male, la gente del paese interpretò il suo
comportamento come un tacito consenso alla relazione clandestina,
classificandolo senza mezzi termini come il tipico cornuto contento e per
questo ancora più riprovevole della moglie adultera.
Il giudizio del
paese fu durissimo e inappellabile, quando il marito passava per strada lo
seguivano sguardi accusatori e risatine, qualcuno abbozzava perfino un insulto
senza avere il coraggio di finire la frase solo per paura di essere preso a
botte dall’insultato.
Il clima, pare, si
era fatto pesante in quel lontano 1963, così il povero marito, adducendo il
pretesto di un importante incarico di lavoro all’estero, si era sentito
costretto ad andarsene dal paesello, per non farvi più ritorno.
Che fine poi abbia
fatto non è chiaro, c’è chi dice che sia morto da un pezzo e che la vedova
abbia festeggiato con lo champagne il giorno in cui ha ricevuto l’annuncio
della sua dipartita, di sicuro si sa soltanto che nessuno dei due ha chiesto il
divorzio, nonostante non ci fossero figli di mezzo, neppure quando la legge
passò anche in Italia. Sono rimasti sposati. Sposati e lontani.
Tutto questo
mentre i due amanti si godevano la libertà vivendo la loro passione che, però,
ben presto perse intensità e si trasformò in un’affettuosa amicizia con
qualche, raro, ritorno di fiamma. Sempre più raro con il passare degli anni,
fino a diventare il rapporto inacidito e morboso dei giorni presenti. La
signora allora cominciò a viaggiare, girava il mondo come una falena intorno ad
una lampada e sembrava non trovare mai pace.
Arrivata a una
certa età si fermò, quale fosse questa certa età non era dato saperlo già che
lei nascondeva la sua data di nascita nel tentativo di alimentare il mito della
sua eterna giovinezza.
La casa,
acquistata come casa coniugale e poi diventata nido di amanti, ormai non era
più né l’una né l’altra, per questo e per qualche cospicuo debito accumulato
nel tempo grazie alla sua sventatezza, la proprietaria aveva deciso di
venderla. Un colpo di spugna al passato e una nuova vita, nessuno sapeva dove.
Più tardi, dopo la sua partenza, in paese si disse che Giuseppe l’avesse
raggiunta, visto che, passato un mese dalla vendita della casa, se n’era andato
anche lui senza lasciare un recapito. Del resto, si sottolineava, era scapolo e
poteva fare della sua vita quel che voleva.
Le notizie, date
per certe, venivano da una fonte autorevole.
L’anziana
farmacista del paese, ormai in pensione, aveva trovato nel pettegolezzo un
hobby divertente e per niente costoso, capace di crearle intorno tutta una
corte di curiosi ansiosi di essere aggiornati soprattutto sugli avvenimenti più
piccanti, con il risultato di farla sentire ancora importante, direi
fondamentale, per la comunità.
Mentre io
fantasticavo sui due amanti, Giuseppe, beatamente ignaro di quello che mi
passava per la testa, andava avanti a raccontare la storia della casa e dei
suoi arredi con dovizia di particolari. Di sopra mi mostrò la camera da letto, in
stile neoclassico, con vista sul giardino e sulle colline più in fondo; poi il
secondo bagno, più grande del primo, e la cabina armadio piena di abiti
dall’aria costosa.
Gli arredi, mi
confermò, erano inclusi nella vendita.
La casa era molto bella, luminosa e arredata
con gusto, piena di quei ninnoli che quasi sempre hanno un significato per chi
li ha collezionati, per gli altri, i nuovi acquirenti che calpestano laicamente
quello che per i proprietari è quasi un luogo sacro e pieno di ricordi, solo un
ingombro. Roba da buttare con la prossima raccolta dei rifiuti multi materiale.
Seguendo la mia
guida ammiravo ogni particolare, ogni dettaglio era stato curato con attenzione
e, direi, amore. Ma il mio, ossessivo, pensiero era tutto per il giardino.
Dopo il giro di
sopra scendemmo di nuovo al piano terra, dove la proprietaria ci stava
aspettando, questa volta in piedi. Una rete sottile di piccole rughe le
incorniciava gli occhi, mentre, sorridendo, si appoggiava con la mano al divano
come se avesse bisogno di un sostegno.
Le gambe, coperte da pesanti calze scure, sembravano incapaci di sostenerla,
le muoveva in continuazione, quasi che quel movimento incessante potesse
aiutarla a non piegarsi e crollare. Mi balenò nella mente l’idea che ci potesse
essere anche un problema di salute dietro alla sua urgenza di vendere una casa
che probabilmente non rispondeva più ai suoi bisogni. Un pensiero triste, che
scacciai subito ma che in seguito fu confermato da insistenti voci a proposito
di una grave malattia degenerativa che l’avrebbe colpita e di un suo ricovero
in casa di riposo. Non era facile immaginare una donna come quella chiusa fra
le mura di una casa di riposo, preferii credere che quei pettegolezzi fossero
l’ennesimo parto di fantasia di gente che, per sostenere la monotonia della
vita in paese, aveva sviluppato una capacità di inventare storie fantastiche
partendo da uno spunto a caso.
Non aveva più l’aria di una regina, ora,
sembrava una bambina ansiosa di sapere il seguito di una bella storia.
“Allora? Che ne
pensa della mia casetta?” Il labbro inferiore le tremava leggermente mentre
parlava. La immaginai tra le braccia del suo amante mentre lo guardava con quegli
occhi, cercando protezione. Era una regina e una bambina, questo doveva avere
suscitato in Giuseppe quell’istinto di protezione che si avvertiva anche quando
si rivolgeva a lei con tono brusco, severo. Era la sua bambina, la sua
insopportabile, vecchia bambina.
Risposi che mi
piaceva, che senz’altro ci avrei fatto un pensierino ma prima di esprimermi
volevo vedere anche il giardino, ero un’appassionata di giardinaggio e mi
premeva visitarlo.
C’era davvero di
che mettersi a ridere: io un’appassionata di giardinaggio! Per qualche istante
pensai di essere impazzita, ma la spinta che mi muoveva era così forte da farmi
dimenticare ogni remora.
In giardino
Giuseppe mi fece strada quasi da padrone, mi precedeva camminando davanti a me,
indicava ogni singola pianta agitando le manone in aria e voltandosi ogni tanto
per spiare nel mio volto i segni dell’attenzione. Nei suoi occhi scuri c’era
una luce giovanile mentre si aggirava in quello che considerava il suo regno, l’orgoglio
per averle cresciute, per aver creato da solo quel piccolo eden.
“Questa, vede? Eh,
questa mi ha dato filo da torcere l’anno scorso ma sono riuscito a salvarla lo
stesso. Con quella invece stia attenta, se compra la casa, è delicata e vuole
molte attenzioni…”
Parlava, parlava e
io non perdevo una sillaba delle sue parole, pendevo letteralmente dalle sue
labbra e intanto mi guardavo intorno ed avevo strani brividi sulla pelle.
Mi mostrò anche un
piccolo angolo incolto in prossimità del muro di recinzione.
“Vede?” Disse.
“Qui si potrà sbizzarrire come vuole, potrà piantare i fiori che preferisce,
sempre tenendo conto del terreno e dell’esposizione, si capisce”. Finì la frase
con un tono severo, da maestro, ma gli luccicavano gli occhi per la soddisfazione
quando mi disse che di tanti visitatori ero l’unica che aveva mostrato un vero interesse
anche per il suo giardino. Disse proprio così, il “suo” giardino”. Quando
confessai che non ero proprio un’esperta di giardinaggio ma solo
un’appassionata che voleva saperne di più sorrise e mi rassicurò: per il primo
mese non mi avrebbe lasciata sola, avrei potuto contare sul suo aiuto, se lo
avessi voluto. Abitava vicino e non gli sarebbe stato di nessun incomodo seguirmi
mentre iniziavo a prendermi cura delle piante. Solo per un mese, perché stava
andando in pensione e, sistemate alcune faccende, si sarebbe trasferito anche
lui.
Prima che me ne
andassi si parlò, ovviamente, del prezzo. Giuseppe si tenne discretamente a
distanza come un perfetto estraneo, e non l’amico intimo, fedele, che era da
sempre. Evidentemente Maria Giovanna voleva che all’esterno tutta questa
confidenza fra loro non comparisse, anche se era pura illusione pensare di
poter nascondere che quell’uomo non era solo factotum ma amico, confidente e
sostegno. L’unico che avesse mai veramente avuto.
La cifra che
chiese fu molto più bassa di quanto mi aspettassi, per una casa autonoma di
centocinquanta metri quadri più il giardino, con vista sulle colline
circostanti e in una zona turistica mi sarei aspettata un prezzo molto più alto,
in ogni caso ero ben lontana dal potermela permettere. Poiché la proprietaria insisteva
a chiedermi cosa ne pensassi, con incredibile faccia tosta risposi che sì, volevo
comprarla. Mi serviva solo qualche giorno per riflettere bene, forse un’altra
visita per vederla una seconda volta.
In realtà non
avevo intenzione di acquistare né quella né nessun’altra casa, specie in paese,
vivere in affitto per il momento non era una banale necessità ma una scelta per
non caricarmi della spesa di un mutuo e perché…mi andava bene così. Non volevo
legami, al momento, e una casa di proprietà per me avrebbe avuto il sapore
vincolante di un legame a un luogo piuttosto che ad un altro.
Mi vergognavo di
illudere così quella donna che contava su di me e io le stavo mentendo, solo
che volevo camminare ancora fra le
piante di Giuseppe, respirare quell’aria che sapeva di gelsomino e sentirmi di
nuovo, incredibilmente, a casa.
Dopo aver ficcato
in tasca un biglietto sgualcito dove Maria Giovanna aveva scritto il numero di
telefono, me ne andai sulla mia bici cigolante chiedendomi cosa avesse mai quel
particolare giardino per far nascere in me quel mare di emozioni così nuove, me
lo chiedevo pedalando sulle stradine e fra gli alberi, con l’odore di acqua di
fiume che saliva ogni tanto dall’argine. Se fossi scivolata, precipitando giù
sarei finita faccia a faccia con le pietre levigate dall’acqua. Questo
pensiero, anziché spaventarmi, mi affascinò, come se cadere nel fiume fosse un
destino glorioso, per me, una fine che avrebbe nobilitato una vita dedicata al
nulla. Così mi appariva, improvvisamente, la mia esistenza. Dedicata al nulla,
immersa nel vuoto. Intrappolata nella falsità. La verità, sentivo, si
nascondeva nello spazio verde che avevo appena lasciato, la sincerità dei fiori
mi sembrava l’unica possibile realtà
alla quale aggrapparsi per non scivolare in nessun fiume, per non precipitare.
Più avanzavo e più
sentivo scorrere dei brividi lungo la schiena, non sapendo a cosa attribuirli
mi convinsi che fosse l’eccitazione per lo strano pomeriggio che avevo vissuto.
Tornata a casa,
provai quasi tenerezza per quel monolocale arredato alla meglio, quasi scavato
in un seminterrato altezza garage, dove la luce non entrava quasi mai. Confrontato
con la bellissima casa che avevo appena visto sembrava il rifugio di un senzatetto.
I pochi mobili, piuttosto malridotti,
recuperati da chissà quale robivecchi, sembrava mi invitassero a riprendere
contatto con la realtà dopo il mio volo nel mondo dei sogni.
Poiché i brividi
continuavano, decisi di provare la temperatura: avevo trentotto di febbre.
Mi veniva da
ridere. Non si trattava di emozione, quindi: era febbre, banale influenza,
tornare con i piedi per terra, prego!
Come facevo sempre
in questi casi, chiamai mia madre. Vivere lontano dai miei con la scusa del
lavoro era stata una sorta di emancipazione, tuttavia quando stavo male nessuno
come mia madre sapeva darmi consigli utili, neppure il mio medico. Non nego che
all’utile si unisse il dilettevole, una temporanea regressione all’infanzia che
era efficace quanto una medicina, l’amore materno che si spargeva da quel
telefono mi investiva con tutto il suo peso, certo, ma anche con il suo
calore. Era come una coperta termica
sulle mie ansie e scioglieva, se non il dolore, almeno il senso di fragilità
impotente generato dalla malattia.
Anche in quella
occasione mia madre si dimostrò insostituibile, seguii le sue raccomandazioni alla
lettera, proprio come quando ero piccola: solo quando stavo male ridiventavo la
sua bambina obbediente. Preparai una minestrina calda, una cena leggera e me ne
andai a dormire dopo aver preso un’aspirina. Molto semplice, ma funzionò.
La mattina
seguente mi svegliai in un bagno di sudore, la febbre era abbassata ma non era
scomparsa, chiamai l’ufficio e dissi che per qualche giorno avrebbero dovuto
fare a meno di me.
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