Animali selvatici

 

Sempre dalla raccolta "10" un altro racconto.

Buona lettura


Animali selvatici

 Barbara Cerrone

 

Una certa somiglianza c’era.

A forza di stare nel bosco come un animale selvatico Fosco sembrava uno di loro, un uomo non può vivere trent’anni e più fra cinghiali, lepri e ricci senza finire per assomigliare a queste creature.

Si chiamava Fosco, ed era Fosco di nome e d’aspetto: irsuto, occhi stralunati e neri, capelli a spazzola ancora scuri nonostante dovesse avere, quanti? Sessanta? Settanta? E chi glieli contava, gli anni, a Fosco il selvaggio, sembrava una cosa senza importanza per uno come lui.

La moglie l’aveva piantato appena un anno dopo il matrimonio, non se n’era andata da sola, aveva scelto come compagno uno smidollato, un vanesio pieno di soldi e senza talento, del resto a che gli sarebbe servito? La sua famiglia era ricca, nuotava nei soldi fin da quando era piccolo, non aveva bisogno di essere anche bravo ed era troppo stupido per sentire la sua incapacità come un’umiliazione.

La fuga della consorte aveva spezzato il cuore di Fosco ma non l’aveva piegato, era un uomo che sapeva reagire alle avversità, aveva il suo bosco a consolarlo e lo consolò così bene che alla fine lo scelse come dimora. Una rigida mattina d’inverno fece fagotto e si avviò verso il bosco, non aveva quasi niente con sé, niente che gli ricordasse il passato, almeno. Non salutò nessuno, solo Lola, la cagnolina del vicino.

Piano piano si costruì una capanna, poi la capanna diventò qualcosa di diverso, non proprio una casa ma quasi. Dopo un anno di lavoro, tirò su il suo rifugio, una specie di chalet di montagna, solo che era in pianura, ma andava bene lo stesso.

All’inizio era solo, e da solo passava le giornate, durante la stagione della caccia ogni tanto qualche sparo lo faceva bestemmiare per il disturbo che dava alla sua quiete e a quella degli animali.

Aveva anche un bell’orticello e tante galline grasse che morivano di vecchiaia, razzolavano là intorno libere  come l’aria e in compenso gli davano le uova fresche: ogni mattina ne beveva un paio e affrontava la giornata come un leone.

La faccenda dei cinghiali per molto tempo fu raccontata in giro dalla gente come fosse una leggenda, invece era tutto vero e andò più o meno così.

Una sera una cinghialessa si avvicinò allo chalet, con tanto di cinghialini al seguito,  aveva gli occhi della fame e Fosco si impietosì, perché era selvatico ma il cuore ce l’aveva tenero come il burro.

“Ma guarda, tanta è la fame che ti sei fatta spavalda?” le disse porgendole del pane secco.

La cinghialessa se avesse potuto parlare gli avrebbe risposto che sì, aveva fame, e la paura con la fame è un lusso. Questo diceva il suo muso mentre prendeva il pane dalle mani di Fosco, neanche fosse stata un cagnolino.  Anche i cuccioli furono serviti, tutti intorno a Fosco come a una mamma. Cominciò così la sua amicizia con i cinghiali del bosco che da allora  in poi non mancarono di fargli visita ogni giorno, e qualche volta si lasciavano perfino accarezzare.

I cinghiali furono i primi, a loro molto presto si unirono anche altri animali, tutti nel bosco conoscevano Fosco e gli ronzavano intorno, mai nessuno che lo avesse attaccato, pareva si fossero passati la parola che Fosco era un amico e non c’era da temere.

In paese, si capisce, circolavano le chiacchiere: e Fosco è matto di qua, e Fosco va interdetto di là…non si poteva credere che un uomo sano di mente potesse scegliere di vivere così, si diceva, in mezzo al bosco con le bestie selvatiche.

Girava voce che si mettesse addirittura a tavola con gli animali, proprio come fossero stati una famiglia.

A lui sapete quanto gliene importava di quelle dicerie? Meno di uno zero spaccato, andava avanti per la sua strada e la sua strada era il bosco, con tutti i suoi ospiti.

“Ma chi ti credi di essere, San Francesco?” gli dicevano a volte i compaesani che passavano dalle sue parti, magari in cerca di funghi.

Oppure: “Attento alle vipere, quelle non conoscono nemmeno San Francesco” e via dicendo, ridevano e passavano oltre. Meglio per loro, perché ad insistere con Fosco ci sarebbe stato il rischio di venire caricati come da una cinghialessa che difende i cinghialini. Non scherzava, Fosco il selvatico.

C’era anche chi si soffermava a parlare, cercava di convincerlo con le buone a trovarsi una donna, una compagnia, e sprecava tempo in quei tentativi inutili. Fosco non li prendeva a parolacce ma li scacciava e tornava alle sue faccende come se nulla fosse.

L’unico con cui parlava volentieri, invece, era Roberto, un omino piccolo e curvo che ogni tanto andava nel bosco a cercare funghi. Era un tipo mite, timido come un ragazzino, eppure di anni ne aveva parecchi sulle spalle.

“Eh, caro mio, come mi piacerebbe far la tua vita” diceva, ma aveva una moglie che solo a sentir parlare del bosco si scuriva in volto, Morena era una donna forte tanto quanto lui era fragile e piccino come un passerotto. Lo dominava, e lui ci stava volentieri perché la vita gli aveva sempre fatto troppa paura e non era capace di affrontarla a muso duro come lei, senza la sua Morena si sarebbe perso.

Fosco lo ascoltava e scuoteva il capo con affetto, gli faceva tenerezza Robertino, quasi quanto i suoi cinghialini.

Fosco era orgoglioso della sua solitudine, si era scottato una volta e non ci sarebbe più cascato. Tuttavia, quando sua moglie morì all’improvviso, malgrado ciò che gli aveva fatto volle portare il lutto, diceva che era pur sempre sua moglie, traditrice o no. Lo portò per un anno e andò anche al funerale, sopportò gli sguardi della gente e il bisbigliare di certe comari, restò accanto alla sua donna per l’ultimo saluto.  Lo smidollato invece non si fece vedere, chissà in quale altro letto si era andato a nascondere, tanto per lui una o un’altra era lo stesso e pace a chi non c’era più.

Il funerale di Fosco il selvatico lo pagò il comune, non aveva lasciato soldi né eredi e in qualche modo bisognava seppellirlo.

Fu deposto in una bara foderata di raso bianco, il suo viso rugoso e scurito dal sole risaltava contro tutto quel nitore, aveva un’aria pacifica con i capelli bianchi e lunghi da patriarca.

Ci si chiedeva da più parti cosa avesse pensato negli ultimi istanti della sua vita, se trovandosi solo davanti alla morte si fosse pentito delle sue scelte, per fortuna Fosco il selvaggio ora era in pace e non poteva sentirli, altrimenti li avrebbe presi a calci nel sedere.

 

 

 

 

 

Commenti