Biglietto vincente
Un abbaglio, e per un attimo la vita sembra cambiare...
Buona lettura
Biglietto vincente
Barbara Cerrone
Giovanna crede
che la sua sia una storia comune e dice che era un giorno come gli altri, ma
non può essere un giorno come gli altri quello in cui vinci centomila euro,
devi per forza considerarlo eccezionale, a meno che uno non pensi sia cosa di
tutti i giorni vincere un gruzzolo così.
A quanto pare
stava gironzolando intorno al bar sotto l’ufficio, c’erano un bel po' di
clienti accalcati alla cassa per pagare, lei li guardava da fuori, indecisa se
entrare o aspettare che quell’orda fosse sciamata via.
Alla cassa si
vendevano anche i soliti biglietti che gratti per vincere un paio di euro,
quando va bene, da reinvestire subito in un tentativo di fare il colpo più
grosso. La maggior parte delle volte il colpaccio va in fumo, ed è lì il
pericolo di cadere nella dipendenza, perché ti accanisci e insisti.
Giovanna ci
pensò un poco, lasciò che il gregge umano sfiatasse lungo la strada e si infilò
nel bar, decisa a comprarne uno.
“Dammi un
biglietto vincente, Cloe” disse allegra alla cassiera.
Cloe sorrise,
sorrideva sempre, anche a chi non riconosceva perché gli occhiali ormai non
bastavano più a correggere la sua miopia, chiuse gli occhi, strappò un
biglietto dietro di sé e lo consegnò a Marianna.
“Vedi che
questo ti porta bene. Oggi sono in forma” disse facendole l’occhiolino.
Giovanna
l’afferrò ridendo e, sempre ridendo, prese una moneta da venti centesimi e
iniziò a grattare.
Il caso volle
che non guardasse subito il risultato perché una voce alle sue spalle la fece
voltare: era una sua amica, abbracciandola le chiese della madre, del marito, perfino
del cane. Le solite cose che ti domanda chi
non ti vede da tanto tempo.
Distratta
dall’incontro, Marianna mise frettolosamente in borsa il biglietto per
dedicarsi a una buona mezz’ora di chiacchiere con l’amica.
Tornò a casa
senza ricordarsi di avere un biglietto, per giunta già grattato, da
controllare. Le riaffiorò alla mente la sera, dopo cena, sonnecchiando sul
divano davanti alla tv.
“Arnoldo, dammi
la borsa per favore. Voglio vedere se ho vinto…”
Arnoldo, da
cane fedele quale era, si alzò dalla sua comoda poltrona in simil pelle e andò
a prendere la borsa della moglie appesa all’attaccapanni. Gliela porse come una
reliquia e sprofondò di nuovo nella poltrona con il giornale di cronaca
sportiva tra le mani.
Dopo qualche
minuto un grido lo fece sobbalzare: era Giovanna, ripeteva urlando una frase
che non capiva bene perché in realtà, più che urlare, la donna farfugliava ad
alta voce.
“Vinto,
capisci? Vinto!” continuava a gridare mentre il marito la guardava attonito.
“Che dici, cosa
hai vinto? Di che parli?”
Proprio non ci
arrivava il mite Arnoldo a collegare la frase della moglie a quel biglietto che
teneva in mano, talmente era impensabile per lui una simile fortuna.
Quando, però,
vide la faccia della corpulenta Giovanna sbiancare come un lenzuolo candeggiato
capì che doveva essere successo qualcosa di grosso e si avvicinò alla consorte
per soccorrerla.
“Giovanna, ti
senti male? Non fare scherzi, non mi far paura!”
Appena in
tempo, Giovanna stava scivolando lentamente giù, svenuta, sarebbe finita lunga
sul pavimento se Arnoldo come un fido scudiero non l’avesse prontamente
afferrata e, con notevole sforzo, adagiata nuovamente sul divano. Acqua, aceto
e schiaffetti furono usati in abbondanza per rianimarla, finché finalmente
riaprì gli occhi.
“Centomila,
Arnoldino, centomila!” biascicò, e stava per svenire di nuovo, il marito le
mise ancora sotto il naso la bottiglietta dell’aceto che lì per lì le fece
torcere il naso, ma l’aiutò a riprendere i sensi.
“Centomila,
centomila!” continuava a dire.
“Ma di che
parli, che farnetichi?” Arnoldo stava perdendo la pazienza.
“Ho vinto,
guarda, guarda se non mi credi”.
E Arnoldo
guardò e guardò ancora finché non ricadde, pallido e con gli occhi al cielo,
sulla sua poltrona.
“Arnoldino,
Arnoldino che hai? Ti senti male?”
La voce di
Giovanna giungeva ovattata alle orecchie del marito, non rispondeva e Giovanna
pensò di chiamare la guardia medica, poi, mentre scorreva la rubrica del
cellulare per trovare il numero, Arnoldo ritrovò la parola.
“Come hai
fatto?” Chiese, mentre i baffi da foca gli tremavano per l’emozione. “ Che
trucco c’è sotto?”
“Che trucco
vuoi che ci sia, ho grattato e ho vinto.”
“E ora? Che si
fa con questi soldi?”
“Non sai come
spenderli, marito? Te lo dico io!”
Giovanna
rideva, le pareva buffa quella domanda del marito considerate le loro mille
necessità di pensionati con pochi soldi in tasca, le elencò nella mente una dopo
l’altra prima di sciorinarle al consorte ancora sprofondato in poltrona.
Cominciò così
la discussione su come impiegare quella somma inaspettata: ciò che era
indispensabile comprare agli occhi dell’una era totalmente superfluo agli occhi
dell’altro. Un match acceso che durò giorni e giorni, finché, esasperati, non giunsero
alla conclusione che forse sarebbe stato meglio per loro prendere strade
diverse, dato che diverse erano le loro aspirazioni.
“Ma siete
impazziti?” gridava la figlia battendo il pungo sulla tavola come se questo
potesse fare la differenza con quei due. Da quando si era sposata andava a
trovarli ogni fine settimana, la loro guerra per i soldi e la minaccia di
separarsi l’aveva colta impreparata: non loro, non i suoi genitori. Faceva del suo meglio per riportarli alla
ragione ma il suo meglio non era abbastanza, continuavano a scannarsi e a dire
che era meglio andare ognuno per la propria strada.
Il problema era
dividere, oltre alle loro strade, la torta.
Giovanna
riteneva di aver diritto a una fetta più grossa, visto che la vincita era
merito suo, della sua “intuizione” nel comprare proprio quel biglietto, e della
sua mano felice.
Arnoldo,
infuriato, ribatteva che non era questione di intuito o mano felice ma solo di
fortuna: metà per ciascuno o nulla.
Dai e dai ci
volle l’avvocato per dirimere la questione: chi l’avrebbe mai detto? Sembravano
una coppia ben assortita, quasi felice, come ce ne sono poche.
Ma l’avvocato,
quando guardò il biglietto della discordia, strabuzzò gli occhi ed ebbe per
loro una notizia sconvolgente: ma cosa avevano visto? Che sogno avevano fatto? Non
c’era nessuna vincita, neppure i due euro che era costato.
A questo punto
il pezzo di carta passò di mano in mano, fu esaminato, letto e riletto, finché
fu chiaro che era stato tutto un abbaglio.
A volte si vede
ciò che si ha bisogno di vedere, ma loro avevano esagerato.
Affranti e
vinti come pugili suonati, mortificati, uscirono dallo studio senza fiatare.
A casa Arnoldo
voleva dare la colpa alla moglie che gli aveva messo in testa quella vincita,
lui si era lasciato influenzare e non aveva neanche controllato bene, fidandosi
di ciò che aveva detto lei. Non era vero, ma gli piaceva crederlo. Glielo
lasciò credere anche la moglie, tanto oramai non c’era più nulla per cui
discutere, nessun gruzzolo da spendere o da dividere.
Di separare le
loro strade non si parlò più, tacitamente, ognuno nella propria testa, decisero
una cosa sola: mai e poi mai avrebbero comprato ancora un altro di quei
maledetti biglietti.
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