Non ci sono più!
Nuovo racconto...
Buona lettura
Non ci sono più!
Barbara Cerrone
Dunque stanno ancora insieme. Anche loro hanno tenuto duro. Si sono sposati che erano due ragazzini, subito dopo la maturità…bella cosa, sì sì, bella cosa. Eccoli là, che scelgono la frutta. Guarda, guarda come discutono, ora. Sembra una recita che sanno a memoria. Eh, cari miei, le vecchie coppie si riconoscono anche da come litigano. C’è la consuetudine perfino nel litigio. E poi, a farci caso, si discute sempre per le stesse cose. Eccoli, oh, accidenti speriamo che non mi vedano. L’ultima volta che li ho visti in giro per la città era il…non ricordo, comunque è stato almeno dieci anni fa, al bar di Lorenzo. Lei sembrava ancora una ragazzina, lui invece era già un po’ sciupato. Dieci anni che non li vedo e devo incontrarli proprio oggi, conciata così, con i capelli arruffati e questo aspetto orribile? Ho un viso così sbattuto che sembro un fantasma assonnato. E le macchie in bella mostra. Non voglio mica che poi lei, appena giro l’angolo, gli dia di gomito dicendo: ”Eh, hai visto com'è ridotta? Distrutta.” No, no, evitare, evitare assolutamente. Ci saranno altre occasioni, e se devono passare altri dieci anni pazienza, in fondo eravamo solo compagni di scuola, no? Non ci siamo mai frequentati al di fuori di quelle aule che puzzavano di muffa, sì, sì, puzzavano di muffa. Me lo ricordo bene. Tutto puzzava di muffa in quella scuola. Oh, che sfortuna, che sfortuna incappare in quei due stamattina. Vorrei sprofondare in una foglia di lattuga, magari fra qualche anno si potrà fare, che ne sai? Ne inventano, di cose...oh, ma che dico, che dico. Non lo so cosa dico, sono così nervosa, accidenti. Davvero, da non credere la sfortuna che ho. Metto sempre il fondotinta, stamattina niente, sono uscita di corsa per fare la spesa e l’ho scordato. Le macchie sul viso si vedono senza. Tutta colpa di mio marito: “Oggi mangiamo presto, ho il tennis nel pomeriggio”. E io come una scema a uscire di corsa per sbrigarmi a far la spesa e tornare presto a casa. Lui e il tennis! Che ci deve fare col tennis? Grasso è e grasso resta, con tutto il tennis. Grasso…rotondetto, ecco. E poi la nostra idea fissa di pranzare insieme almeno il sabato, se diventa uno stress che ognuno mangi quando vuole, no? Oppure niente tennis. Sì, meglio: niente tennis. No! Si avvicinano. Vengono proprio verso di me, maledizione! Però io posso sempre scantonare all'ultimo momento, magari facendo finta di andare verso il banco dei surgelati. Sì, mi sembra l’unica maniera per salvare capra e cavoli. A proposito di cavoli, devo comprarne un paio. Uno per noi e uno per la mia vicina di casa che ha un radar al posto del cervello, indovina sempre il momento esatto in cui uscirò a far la spesa e…zac! Piomba in giardino come un falco e mi fa con l’aria falso - svampita di una che sa benissimo dove vuole andare a parare: ”Per caso vai al supermercato? No, perché mi servirebbe...”. Qualcosa le serve sempre. Ieri le acciughe, oggi il cavolo. Sempre, qualcosa le serve sempre. Oh, ma sto dimenticando quei due, sarà bene che li depisti. Vado in zona surgelati e poi, una volta seminati, mi catapulto verso il bancone della verdura. Scantono. Ma mi vengono dietro! Impossibile che mi abbiano vista, me ne sarei accorta. Credo. E ora? Non c’è che la gastronomia. Solo la gastronomia mi può salvare. Del resto lo ha fatto tante volte quando Enrico tornava dal lavoro stanco e avvilito e io non avevo avuto il tempo di preparargli una cena decente, con i bambini ammalati e il lavoro part time del cavolo. Sempre il cavolo. Sì, così me li ricordo per forza quei cavoli del…cavolo, sì. Ma ora viva la gastronomia. Fingo di prendere un numero, anzi, lo prendo e poi mi allontano, sempre tenendo la testa abbastanza bassa da non far vedere gli occhi. Quelli sono rimasti uguali, unico pezzo riconoscibile. Il tempo è un killer, ragazzi miei. Rughe, afflosciamenti, macchie. Lasciamo perdere. Eccoli, eccoli. Possibile che navighino di nuovo a vele spiegate verso di me? Lei chiede un etto di prosciutto, lui le tira la giacca come per avvisarla che…che…oddio! Mi ha vista? Se è così inutile scappare, farei una figuraccia, invece voglio salvare capra e cavoli, non farmi vedere e impedire che si accorgano che svicolo come un geco sul muro per mimetizzarmi. Sarebbe troppo imbarazzante. Per ca-ri-tà. Mamma mia com'è invecchiata, povera Anna. Il tempo non ha fatto sconti neanche a lei. No, non mi consolo, no. Anzi penso all'effetto che le farebbe vedere il mio, di viso. Pare che si allontanino. Meno male. Circumnavigo lo scaffale dei dolci, meglio stare alla larga, sono già abbastanza ingrassata a forza di caramelle e cioccolata. Non ci posso credere: tornano indietro. Per caso oggi il mondo ce l’ha con me? Va bene, va bene, vuol dire che mi devo rassegnare. Vuol dire che il destino deciderà per me, sono stanca di scappare, il supermercato non è infinito, mi rimangono solo le casse e lì i nodi vengono al pettine, per forza. Lì sei esposto. Ti vedono. Mi vedranno. Mi metto in fila, non tengo più nemmeno la testa abbassata, ho deciso di fregarmene. Siamo invecchiati tutti, anche lui, il bel tomo che faceva impazzire tutte le ragazze. Ora è un signore con la pancia e lo sguardo spento. Piaceva anche a me. Poi ha scelto quella slavata, nessuno ha capito mai perché. Forse proprio perché era una slavata, vai a sapere. Però ha funzionato, se sono venticinque anni che stanno insieme ha funzionato. Be’, in fondo non è andata male nemmeno a me, mi sono presa quell'orsacchiotto di Enrico. Un orsacchiotto grassoccio, sì, non è mai stato magro, altro che tennis! Se si cucisse quella bocca sempre a caccia di cibo forse qualche chilo lo perderebbe ma, lo ammetto, è anche colpa mia: non ho polso. Basta che mi faccia quello sguardo da triglia che è anche un mezzo orsacchiotto e io lascio cadere nel suo piatto tutto il cibo che vuole. Dev'essere perché gli voglio bene. Oh, ma quei due che fanno? Li ho persi di vista, non devo distrarmi, rischio di trovarmeli vicino all'improvviso. Eccoli. Incredibile. Guardano verso di me ma non mi riconoscono, sembra proprio che non mi riconoscano. Del resto li capisco, sono cambiata. Oppure fanno finta, come me. Nemmeno loro vogliono parlare: e di cosa, poi? Del tempo che è passato? Della vita che abbiamo condotto lontani dopo il liceo, senza più degnarci di una telefonata? Non avrebbe senso. Se non ci siamo più visti né sentiti vuol dire che oggi possiamo tranquillamente continuare ad ignorarci anche a pochi metri di distanza. Ecco, ho pagato, ora posso uscire dal supermercato e da questo sciocco imbarazzo. Anche loro escono, andiamo, ma guarda un po’, nella stessa direzione. Biascicano qualche parola fra loro, riesco a malapena a sentire lei che farfuglia qualcosa come: “Caro, dove abbiamo messo la macchina?” Sembra disorientata, come se avesse perso il filo della sua vita. Lui è calmo, proprio come lo ricordo io, lo era anche da ragazzo. Un blocco di ghiaccio sorridente e fermo che a differenza del ghiaccio non si scioglieva mai. “Ma come? Tu stessa hai voluto che la parcheggiassi accanto a quella di Laura, non ricordi più? Dietro quella colonna…” DIETRO LA MIA MACCHINA? MA ALLORA MI HANNO VISTA ECCOME! Mi sento come se fossi caduta in una pozza di fango vischioso e non avessi appigli per risalire. Che faccio? Li saluto? Direi che non ho più scampo, a questo punto. Anche se non si sono avvicinati, forse pensando che non li abbia riconosciuti, è troppo squallido andar via e fare come se niente fosse.
Mi sacrifico e parto all'attacco.
Mi avvicino a lei mentre il marito rimette a posto il carrello vuoto.
“Anna? Ciao, non mi riconosci? Sono Laura. Che piacere rivederti! Sei
venuta trovare tuo fratello, immagino.”
Falsa, ipocrita, bugiarda. Con uno sguardo innocente e puro la guardo con
l’aria felice di chi ha ritrovato una vecchia amica.
“Scusi?” Fa lei.” Ci conosciamo?”
“Via, Anna, proprio non mi riconosci? Laura, quella del quarto banco,
sai? Mi passavi sempre il compito di matematica…dai, lo so che sono cambiata,
siamo cambiati tutti, vero? Per caso ho sentito che tuo marito faceva il mio
nome, prima, pensavo che…”
“Mi dispiace, signora. Mio marito parlava di una nostra amica, si chiama
Laura ma non è lei. E io non mi chiamo Anna. Il mio nome è Luisa”.
Resto interdetta. Possibile che si sia tanto offesa nel vedermi in fuga
per non farmi notare da restituirmi la pariglia come una bambina dispettosa?
Via, è ridicolo. Lo faccio presente. Ma quel che ottengo, ora che il marito
viene verso di noi guardandomi con aria interrogativa, è solo un’altra
smentita.
“Signora, “dice lui,” io mi chiamo Osvaldo e questa è mia moglie Luisa. Se
non è convinta ecco la mia carta di identità. Luisa, mostrale anche la tua”.
A meno che non siano diventati due criminali che si servono di una falsa
identità, devo ammettere che sui loro documenti ci sono due nomi diversi da
quelli che mi aspettavo.
Non so se chiedere scusa, mortificata, o fare la sportiva. La “svagata”,
come direbbe mio marito.
“Vi prego di scusarmi. Devo dire
che somigliate in modo incredibile ai miei compagni di liceo, chiunque si
sarebbe sbagliato. Io di sicuro mi sono sbagliata. Perdonatemi”.
Sguscio via come un’anguilla appena pescata, mi infilo in macchina e scappo
via sgommando.
Una figuraccia. Io temevo di fare una figuraccia. E l’ho fatta. Con due sconosciuti, dopo aver passato un’ora di terrore al supermercato per cercare di evitarli. Bell’affare! Ma gli somigliavano come due gocce d’acqua, è forse colpa mia se Anna e Michele hanno due sosia che proprio oggi sono venuti qui, in questo supermercato? No, che non è colpa mia. Invecchiati, certo, come potrebbero essere Anna e Michele oggi, per il resto ugualissimi a quei due: è colpa mia? No, non è colpa mia, accidenti. Va bene, ho fatto una figuraccia, forse devo rifarmi gli occhiali, o il cervello. O tutti e due.Anna e Michele chissà dove sono a quest’ora, magari in montagna.Lui era una specie di scalatore o che so io, era il suo hobby, ricordo. Lei no, soffriva di vertigini. Bah, comunque tutti dicevano che erano una bella coppia. Dopo il matrimonio sono andati a vivere in un’altra città. Non hanno avuti figli, da quel che so. Lui così bello, chissà che marmocchi avrebbero tirato fuori dal cappello a cilindro. Ma, dico, che m’ importa? Sto qui a lambiccarmi il cervello su due compagni di liceo che nemmeno c’erano al supermercato. Basta.
A casa trovo un maritino piuttosto nervoso.
“Credevo non tornassi più. Oggi è sabato, siamo rilassati, ma non vorrei
mangiare alle quattro! Ho il tennis, nel pomeriggio, lo sai”.
“Me lo hai già detto stamattina, appena ci siamo svegliati. Lo so, se mi
dai una mano prepariamo in un attimo. Piuttosto senti, non puoi credere alla figura
che ho fatto oggi al supermercato.”
“Figura? Che figura?”
“Ma, niente. Credevo di aver visto Anna e Michele, invecchiati più di me
ma sempre insieme. Ho cercato di evitarli, anche per questo ho perso tempo,
svicolavo qua e là per non trovarmi faccia a faccia con loro. Non mi andava,
capisci? Proprio oggi che sono così…così. Insomma esco indenne dal supermercato
e loro sono nel piazzale a cercare la macchina parcheggiata vicino a una certa
Laura. Tu che avresti pensato? Credevo parlassero di me. A quel punto era
chiaro che di lì a poco ci saremmo trovati vicini, mi sono fatta coraggio e ho raggiunto
lei: non mi dice di chiamarsi Luisa? Non erano loro, capisci? Il marito mi fa
vedere perfino la carta di identità, capito? Un’ora a evitarli e poi non erano
loro. Una figura da perfetta cretina.”
La mia metà mi guarda con due occhi da insonne abituato a vagare per casa
tutte le notti (e mi sveglia anche il cane!) e quasi ridacchia, poi però si
pente, come fa lui, e inalbera una faccia triste.
Il suo faccione tondo tondo e buono, senza rughe, beato lui.
“Uhm, ma davvero non lo sapevi?”
Enrico quando deve darmi una notizia spiacevole parte sempre così. Mi
allarmo, infatti.
“Sapevo cosa?”
“Anna e Michele non ci sono più, sono morti due anni fa, in un incidente
stradale.”
“Cosa? E perché non me l’hai detto?”
“Perché tu non li hai mai cercati in tanti anni, non ne parlavi mai…l’ho
scordato, ecco. Me lo disse Gianni, un giorno lo trovai in fila all'ufficio
postale e me lo disse. Erano in vacanza, poveretti. “
Ma come? Non dirmi che erano morti? Che c’entra il fatto che non li ho mai cercati? In fondo erano pur sempre compagni di scuola, mica niente. Ho passato un’ora da incubo. Ho fatto una figuraccia. E lui impassibile tira fuori la spesa dalla mia borsa e dice con l’aria più serafica del mondo che sono morti da due anni. Lo appenderei al soffitto, se non fosse così ingrassato negli ultimi tre anni. O quattro? Non importa, è troppo pesante per me. Che c’entra, sono ingrassata anch'io ma sempre meno di lui, e poi non ho muscoli, Lina me lo dice sempre di andare in palestra: “Con l’età,” dice,” vedrai che i muscoli servono per tener su le ossa. Mica vorrai romperti il femore a sessant'anni? Non ci manca molto”. Sempre incoraggiante, lei. Non divagare, Laura, per favore non divagare. Per una volta in vita tua concentrati su qualcosa. Ma davvero, che brutta notizia! Poveretti, morire così, in vacanza.
“E dov'erano? In montagna? O al mare, magari da Marisa?” chiedo.
“Che ne so? Erano in vacanza e basta. Forse al mare. Una strada tutta
curve, mi hanno detto”.
Mio marito. Non è mai preciso, dà le notizie e non è preciso. Che brutta cosa, morire in vacanza, dico. Non che morire in un’altra occasione sia bello ma in vacanza…non lo so, mi pare peggio. Uno parte per divertirsi, rilassarsi e torna in una bara. Brr! Ho i brividi, sul serio. Santo cielo, all'epoca sarà uscito il necrologio sul giornale, come mai non l’ho letto? Scema! Io il quotidiano non lo leggo mai. Pessima abitudine, specialmente se hai un marito che sa le notizie ma non te le dice. Ecco, lo sapevo. Ora ho gli occhi rossi, Enrico magari pensa che stia piangendo, lui non sopporta le lacrime. Ma io no che non piango! Insomma, che senso avrebbe piangere ora? Quando una notizia è vecchia di due anni non è più una notizia: è storia. E mi guarda. Enrico mi guarda. Ma sì che lo sa, lo sa che è la cipolla, tritarla mi fa sempre arrossare gli occhi, lo sa e non gli dà fastidio, come tutto quello che gli porta cibo nel piatto. Oggi, poi, ha in testa solo il tennis. Sì, ha una palla da tennis nel cervello. Chissà cosa avrà pensato il fratello di Anna, nemmeno le condoglianze. Fargliele ora non avrebbe senso: “Scusa, sai, l’ho saputo solo adesso perché io non leggo i giornali, neppure i necrologi, leggo”. Sai la faccia di lui? Così imparo. A leggere i giornali, o i necrologi, almeno. Ci sono informazioni che ti possono servire. Bisogna essere pratici, nella vita. Perché la vita è una cosa pratica, dopo tutto. O no? Comunque mi dispiace, non son mica bazzecole, ti dispiace sempre in questi casi, c’è poco da fare. Insomma, nel complesso proprio una mattinata storta.
E non ho nemmeno comprato i cavoli.
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