La casa abbandonata
Dopo la tragedia e il dolore, la speranza: la vita continua, nonostante le ferite. La sua bellezza, in fondo, è tutta qui. Un breve racconto.
Buona lettura
La casa abbandonata
Barbara Cerrone
La
casa di Giovanna è di nuovo abitata.
Chiuso
come sono nel mio mondo fatto di ufficio, casa e famiglia me ne accorgo solo
ora, pare che ci abitino già da un paio di mesi. Così almeno mi dice il postino
prima di scivolare via sul motorino carico di posta.
Per
puro caso stamani ho alzato gli occhi e ho visto spuntare due mani che
scuotevano un tappeto rosso da una delle finestre di quella dimora fantasma.
Era vuota da anni.
Nonostante
gli interventi di manutenzione che l’avevano conservata intatta nella sua
bellezza, col tempo aveva assunto l’aspetto di una
signora di una certa età che, vista da lontano non dimostra i suoi anni, ma se ti
avvicini leggi nei suoi occhi un passato così doloroso che ti respinge e fa tristezza.
Vederla
così faceva tristezza, il che forniva un alibi alla mia patologica astrazione
dal mondo intorno a me, un’ottima scusa per non guardare quella specie di
mausoleo del silenzio.
I
proprietari avevano cercato disperatamente di venderla, almeno un paio di volte
erano stati vicini a concludere e poi, per un motivo o un altro, l’affare non
si era fatto.
In
paese si pensava fosse per quello che era successo fra quelle mura tanti anni prima.
Una notte d’agosto Giovanna sentì bussare alla porta e sobbalzò. Chiamò il marito ma lui non si svegliò del tutto:” Saranno ragazzi…torna a dormire”, farfugliò nel sonno.
Giovanna
non tornò a dormire, si affacciò alla finestra e vide sua sorella,
scarmigliata, con gli occhi rossi di pianto e la faccia sconvolta. Scostava con
gesti nervosi lunghe ciocche di capelli, rossi e selvaggi, che le ricadevano
sugli occhi. Non c’era dubbio che avesse litigato con lui.
Un
matrimonio che era stato una tragedia annunciata. Tutti l’avevano avvisata,
sconsigliata, pregata perfino. La madre aveva versato lacrime e parole a fiumi sul letto
della figlia ma inutilmente, sua sorella era testarda, e ci teneva troppo ad
affermare sé stessa, a dispetto della ragione o del torto lei doveva vincere. A
costo di farsi del male.
Così
Marta la cocciuta si imbarcò su quella barchetta fragile e prese il largo
nell’oceano burrascoso che fu il suo matrimonio con Luca, pronta al naufragio.
Ora, proprio come una naufraga, chiedeva asilo alla sorella saggia e fortunata
che aveva fatto un buon matrimonio, aveva due bei bambini e si poteva ben dire
una donna felice.
“Marta,
che fai qui?” le chiese inutilmente Giovanna prima di scendere ad aprire la
porta.
Entrò
come un topo che scappa dal gatto di casa, furtiva, bagnata di sudore e di lacrime,
vinta.
Giovanna
l’accolse senza fare altre domande. Per giorni non le fece domande. Fu Marta a
parlare per prima.
“Questa
volta è davvero finita. Voglio chiedere il divorzio. Non so dove stare, puoi
tenermi qui finché non trovo una casa? Ti pago il disturbo…”
“Che
dici? Sei mia sorella! Puoi restare quanto vuoi”.
Non
le disse che lo sapeva, che era prevedibile, che tutti l’avevano avvertita, che
era una testarda orgogliosa superba e sciocca. Non glielo disse. E non lo
pensò. Tutto quello che voleva era consolarla, aiutarla, asciugare il topolino
bagnato e proteggerlo dal gatto.
Troppe
volte le aveva annunciato la fine del suo rapporto con Luca, in paese si
accettavano scommesse su quanto ci avrebbero messo a tornare insieme.
Le
loro liti furibonde, gli schiamazzi, i tradimenti e le riconciliazioni che
duravano lo spazio di un giorno erano oggetto privilegiato delle chiacchiere nei
crocchi di pettegole, insieme alle nuove nascite, ai morti e ai matrimoni. Ci
si aggiornava sulle loro prodezze, si rideva o si scuoteva il capo, secondo la
gravità dell’episodio.
Non
erano mai arrivati alle mani, questo no. Ci si chiedeva come fosse possibile: con
quel crescendo di insulti e dispetti feroci fra loro sembrava inevitabile,
prima o poi.
Quella
notte però Giovanna capì che era davvero arrivata la fine per quella unione
assurda, Marta lo aveva scritto negli
occhi.
Da
quel momento si dedicò anima e corpo ad aiutare la sorella nel suo tentativo di
ricostruirsi una vita, di rinascere, in qualche modo.
Consultarono
un avvocato, Luca sembrava d’accordo per una separazione consensuale, forse
anche lui era stanco di tante tempeste e cercava un po’ di pace.
Era passato un mese da quella notte, Marta non era più la stessa, sembrava serena, solo di tanto in tanto nel suo sguardo si poteva leggere un’ombra di smarrimento ma era solo questione di un attimo, subito dopo tornava a brillare. Lei e la sorella si misero in cerca di una casa, la trovarono poco lontano da quella di Giovanna.
Era
piccola ma molto confortevole, già arredata e con un bel giardino. Ristrutturata
da poco, Marta poteva entrarci anche subito, se voleva. Voleva.
La
sera prima Giovanna l’aveva aiutata a preparare le sue cose, quelle che
potevano servirle subito, il resto lo avrebbe preso poco per volta.
“Da
domani in quella casa comincia la tua nuova vita: sei pronta?”
“Pronta,
sì”.
Sembrava
entusiasta.
Dunque la mattina dopo, Giovanna, scendendo a preparare il caffè con la vestaglia infilata a metà e gli occhi ancora impastati di sonno, come poteva immaginare che nella sua bella cucina esposta a sud, radiosa nel sole del mattino, avrebbe visto il corpo esanime di sua sorella penzolare come un sacco vuoto da una trave del soffitto?
I
suoi grandi occhi chiari rimasero inchiodati su quella scena per un tempo indefinito
prima di fissarne il fotogramma nella memoria e lasciarlo lì, a crescere,
crescere fino ad ingombrarle del tutto il cervello. Non c’era spazio
per nient’altro.
La
gente non capì, Giovanna invece sì. Marta la naufraga non poteva ricominciare a
vivere, era morta nel naufragio.
Non riusciva più a sopportare di avere davanti agli occhi l’immagine della sorella che
pendeva dalla trave ogni volta che entrava in cucina. Non riusciva più sopportare
le travi. Né quella cucina.
Dopo
due mesi d’inferno Giovanna e i suoi se ne andarono dalla casa dove avevano
vissuto per quindici anni senza prendere niente, lasciarono mobili e
suppellettili, perfino la biancheria rimase lì.
Portarono via solo i vestiti e il cane.
Lasciarono
anche il paese e andarono a vivere in una città vicina dove Antonio, il marito
di Giovanna, aveva un cugino.
Dopo
aver tentato inutilmente di venderla per dieci anni sembrava si fossero arresi, ora ecco che il mausoleo si riempie di voci e presenze e ricomincia a
vivere.
Torno
a casa, pronto a dare la bella notizia alla mia famiglia ma all’improvviso mi
accorgo della mia vicina: è nel suo giardino, sta togliendo le foglie
secche alle rose e mi guarda come se avesse capito che c’è una novità.
Non
resisto e mi avvicino per dirle che la casa di Giovanna è stata venduta, i nuovi
proprietari ci vivono di già: per caso lei sa chi sono?
Mi
pianta uno sguardo malizioso negli occhi e poi:” Ma come, non lo sai?” Dice.” Giovanna è tornata. Sì, sono tornati da
almeno un mese”.
Io
sono fuori dal mondo, lo so, me ne rendo conto. Vivo in questo paese come un
fungo vivrebbe su Marte, eppure adesso sono felice e mi sento parte di questa
comunità. Sono felice. Ma
anche interdetto. Più felice o
interdetto non saprei. Ho deciso: felice.
Sono
felice perché il corpo di Marta la naufraga non penzola più come un sacco vuoto
da una trave del soffitto.
Ora, finalmente, riposa in pace.
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