Una vecchia signora
Dopo tanto tempo, dopo un incidente, dopo la quarantena, eccomi di nuovo.
Buona lettura
Una
vecchia signora
Dopo
cinquant’anni il suo paese non c’era più. L’agglomerato di casupole povere e
cadenti era scomparso.
Si
era costruito tanto. Troppo. Tante case nuove. Con quello stile, poi.
“Ma
che hanno fatto? Non sono queste le case del mio paese!”
E
le vecchie stamberghe a scimmiottare le nuove abitazioni come certe donne che,
magari prendendo a modello una star del cinema, si fanno il lifting perdendo per
sempre la loro vera bellezza e in cambio hanno tutta la bruttezza della
falsità.
Germana
era scontenta.
“Dove
sono i campi? E tutte queste automobili! Neanche fossimo in città.”
“Gli anziani, “diceva sua figlia, “vorrebbero
che non cambiasse mai nulla, rimpiangono il passato… quello che vorrebbero
ritrovare davvero è la loro gioventù, ma quella tanto non torna”.
Irriverente.
Questo era sua figlia.
Tutto
era iniziato la sera in cui Germana aveva gridato in faccia a suo padre che era
un retrogrado.
E’
così che si comincia, pensava, una generazione fa il primo passo e l’altra la
segue, e magari va oltre.
Al
fondo di tutto c’era la ribellione di una sera.
Non
poteva lamentarsi.
Solo
che la parola anziana non la
sopportava, le pareva sapesse di casa di riposo e pannolini sporchi di
orina. Meglio vecchia. Vecchia ha tutta
una nobiltà dentro, un fascino. Quello che il suo paese aveva perso.
“Non
mi piace com’è diventato”.
Si
guardava intorno smarrita: in giro non vedeva che estranei.
“Mamma,
quelli che conoscevi tu ormai sono al cimitero”.
Altra
irriverenza. Con quel tono arrogante, canzonatorio.
Non
c’era nessuno da salutare, nessuno da riconoscere, e lei chi l’avrebbe
riconosciuta, così elegante nel suo cappotto grigio e l’aria da signora? La
piccola Germana, l’unica di bassa statura in una famiglia di giganti.
Se
n’era andata, invidiata da tutti, per sposare quel ragazzo ricco che la portava
a vivere in città.
Non
era male, da giovane, non era la più bella, ma non era male. E aveva fatto quel
matrimonio, contro ogni previsione.
“Chi
l’avrebbe detto? La piccola Germana.”
Già,
chi l’avrebbe detto?
Gente
nuova, tutta gente nuova, senza nulla di familiare dipinto in faccia.
Non
erano i figli dei figli, e chissà chi erano.
“Ma
quella non è Armida?”
“No,
mamma, Armida è in casa di riposo. So che molti se ne sono andati, tanto tempo
fa, c’è un sacco di gente che si è trasferita qui dalla città: le case in paese
costano meno.”
“Ma
ci saranno pure i figli, i nipoti di qualche vecchio compaesano, e che? Sono
spariti tutti?”
“Non
lo so, magari stamani non li abbiamo incontrati. Comunque non c’è il tempo di andare a
cercarli. Appena abbiamo finito
scappiamo, eh? Devo passare dalla banca. Muoviamoci, al cimitero ci stanno
aspettando.”
“Nemmeno
i morti hanno pace. Non basta che morendo facciamo posto ai vivi, bisogna che
ne facciamo anche ai morti nuovi quando non ci siamo più.”
“Zia
Caterina se ne fregava di queste cose, lo sai”.
Si
erano avviate a piedi, il cimitero non era lontano ma le sue ossa infragilite,
imprigionate nella pelle di vecchia, le facevano male.
Più
lo guardava, il suo paese, così cambiato, e più le pareva che avesse voluto
cancellare il passato.
“Chi
nega il passato si condanna a non avere un futuro”, diceva sempre una sua
vecchia insegnante.
Negata
la verità delle mura annerite, dei vicoli scuri coi bambini seduti per terra, i
visi sporchi e gli occhi spiritati dal gioco.
E
della povertà, della modestia, della sincerità. Della bellezza, in fondo.
Un
sapore di soldi nelle tasche di povera gente.
Si
era perso, il suo paese.
“Il
progresso non ti piace, mamma? Preferivi la miseria?”
No.
La miseria lei la vedeva ora, ma non avrebbe saputo dire dove, i suoi piccoli
occhi scuri non vedevano così in profondità.
Il
cimitero invece era rimasto uguale, dimesso, con un che di paesano e di antico
che chiamava la pace.
Si
sbrigarono in poco tempo.
“Presto
e senza tante cerimonie. Sarebbe piaciuto anche a zia Caterina”.
Questa
volta l’irriverente era stata lei.
“Vieni,
mamma. Giulia è a casa da sola, le ho lasciato il pranzo pronto in frigo, lo
deve solo scaldare ma lo sai com’è tua nipote.”
“So
com’è la madre”.
L’auto
correva lungo la strada asfaltata di fresco, Germana non ci pensava già più.
La
vecchiaia era il suo paese, ora. Dolce, dopotutto, con la sua decadente
bellezza.
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