Il treno
Un desiderio che almeno una volta nella vita tutti hanno avuto...un sogno, una realtà, un'avventura? Chi lo sa, decidete voi.
Buona lettura
Il treno
Barbara Cerrone
Ogni notte lo sentivo sferragliare, quel maledetto merci, la vibrazione
del suo corpo pesante che sfilava sulle rotaie scuoteva anche l’anima. Non era
tanto per il rumore, quanto per la voglia che ti metteva di andare via, di
prendere un treno, perfino un merci se non ce ne fosse stato un altro.
Ogni treno che passa ti fa venire voglia di partire.
Una sera, verso le undici, mi vestii di tutto punto e andai alla
stazione.
Avevo con me una piccola valigia, il programma era di star via poco, oppure
per sempre, dipendeva dalla direzione del treno che avrei preso.
I binari erano deserti, come sempre a quell’ora, mi misi pazientemente in
attesa leggendo il giornale ormai vecchio di quella mattina.
Due ore dopo ero ancora lì, sembrava chiaro che il treno non sarebbe
passato, forse neppure il maledetto merci, quella sera, era in vena di
lavorare. Mi dissi che non era destino e feci per andarmene ma una piccola luce in lontananza
mi riportò sui miei passi: era lui, il treno delle undici e trenta in ritardo
spaventoso, o almeno così pensai.
Non so perché mi venne l’istinto di agitare la mano come se stessi
aspettando un autobus.
“Il conducente si sarà messo a ridere” pensai quando il lungo serpente
snodato si fermò sul binario.
Salii senza fretta, ero l’unico passeggero.
I vagoni erano tutti vuoti, mi divertii a scegliere
quello più adatto al mio umore del momento.
Scelsi la carrozza in fondo, decisi di stare in piedi per guardare il
paesaggio allontanarsi velocemente attraverso il finestrino.
Stralci di nuvole ci inseguivano in un gara di
velocità, mentre in lontananza montava la nebbia.
Le rotaie dietro di noi scorrevano come un fiume, io
vedevo inghiottiti dal buio, binari
sonnolenti nella lunga notte ferroviaria
e pensavo alla mia vita.
Verso le due mi
venne fame, non c’era la carrozza ristorante e non avevo portato niente con me.
“Imprevidente” mi dissi ma non mi scoraggiai: di
sicuro alla prossima fermata un bar o un distributore automatico...
Attesi un’altra ora con i morsi della fame a divorarmi
lo stomaco ma il treno non si fermò.
A dire il vero non si fermò mai, quella notte; correva
e correva, senza direzione, mi pareva.
Verso le quattro mi trascinai su un sedile, avevo sonno e la
fame ormai non la sentivo quasi più.
“Si fermerà, prima o poi” continuavo a pensare, poi mi
addormentai.
Quando riaprii gli occhi l’alba aveva già vinto la
notte.
La giornata era chiara, illuminata dal sole, intorno a
noi campi e case isolate guardavano al
nostro passaggio con annoiata indifferenza.
“Non si è fermato” bisbigliai.
Decisi di andare a cercare il controllore.
Percorsi in fretta tutti i vagoni, da cima a fondo, ma
non ne vidi traccia.
“Possibile? “ mi chiedevo ormai ad alta vce.
Mi rassegnai e tornai nell’ultima carrozza dove trovai un uomo seduto al mio posto che
sfogliava una rivista, i suoi occhi grigi mi scrutarono con diffidenza.
“Oh, ma allora il treno si è fermato...” dissi
tendendogli la mano.
“Certo, circa due ore fa, lei stava dormendo se non sbaglio.”
“Non me ne sono accorto, avrei voluto scendere per
comprarmi qualcosa da mangiare. Sa se c’è un’altra fermata prima dell’arrivo?”
“No, era l’unica.”
“Oh, e allora sa quando arriveremo?”
“Chi puo’ saperlo? Questo treno ritarda sempre molto,
direi fra un’ora. O forse due. Non c’è che aspettare.”
Quindi lo
sconosciuto si alzò e andò a cercare posto qualche carrozza più indietro.
Mi misi di nuovo a sedere, ora avevo una meta e
un’orario e sapevo che sarei arrivato da qualche parte; mi addormentai di nuovo, mi sveglio’ il
fischio del treno.
Eravamo fermi, tutto era silenzio intorno, non
riconobbi la stazione, a dire il vero la scritta sul cartello non si leggeva
molto bene. Scesi senza pensarci due volte: ormai mi ero stancato di tutto quel
movimento, avevo bisogno di terra ferma
sotto ai piedi.
La mia piccola valigia, intanto, era scomparsa.
“Quel tipo! L’ha presa lui, per forza. Dovrei
denunciarlo, anzi, lo denuncio.”
Cercai il posto di polizia e mi infilai con veemenza
nella stanza.
“Buongiorno, “ dissi entrando, “ c’è qualcuno?”
Non c’era anima viva, la scrivania al centro della
stanza era piena di fascicoli aperti, come se qualcuno li avesse lasciai lì per
andare a cercare qualcosa e dovesse tornare da un momento all’altro.
Attesi almeno mezz'ora prima di capire che in
quell'ufficio non sarebbe arrivato nessuno.
Me lo disse la
polvere accumulata sulla sedie e sul tavolo, me lo dissero le ragnatele che
disegnavano acrobatiche forme nell'aria e sul soffitto.
“Questo posto sembra abbandonato” conclusi uscendo.
Camminai ancora lungo i binari, non incontrai nessuno,
eppure dovevano essere circa le otto del mattino, l’orologio lo avevo lasciato
a casa, sul comodino.
“A quest’ora le stazioni sono affollate di pendolari” pensai.
Quella stazione, invece, sembrava un relitto
abbandonato da qualche nume irato, non c’era nemmeno un distributore automatico
per prendere il solito caffè disgustoso o uno snack. Del bar, poi, nemmeno
l’ombra.
Cercai conforto nella sala di attesa, una enorme stanza
vuota con i sedili sporchi e consumati che metteva voglia di scappare, e così feci, me ne andai quasi subito, giusto il tempo di
guardarmi attorno e decidere che non faceva per me.
Cercai l’uscita, volevo andare in città, bere qualcosa
di caldo e poi prendere il primo treno utile per andar via da quel posto
desolato.
Percorsi in fretta due o tre stradine nei dintorni ma
non vidi nessun bar, le strade vuote sembravano abitate dai fantasmi della
notte, forse i miei stessi fantasmi, venuti fin lì a darmi il tormento.
Finalmente l’insegna di un bar pasticceria occhieggiò
dietro un vicolo; entrai biascicando un “Buongiorno” annoiato.
Dietro il bancone c’era un uomo con i capelli bianchi
e la barba grigia, stava servendo un tè a una anziana signora vestita di blu, con uno strano cappellino sulla
testa.
“Un caffè, per favore” chiesi con poca convinzione.
Il tipo mi sfiorò appena con lo sguardo poi trafficò un poco con la macchina e mise sotto
il mio naso una tazzina fumante di nerissimo caffè.
“Ecco il suo caffè. Lei non è di qui, vero?” domandò guardandomi
dritto negli occhi.
“No, sono di passaggio. Mi dica, qui è sempre così?”
“Così come?”
“Deserto.”
“Oh, anche peggio a volte. Direi che stamani c’è
movimento.”
Bevvi il caffè in gran fretta e tornai sulla strada, ormai
volevo solo andarmene e dimenticare quel
posto.
La stazione ora sembrava animata, un via vai di gente
affannata che pareva muoversi a caso, come tante marionette mosse da fili lunghi e invisibili.
Un treno stava partendo proprio in quel momento, feci
una corsa per prenderlo.
“Biglietto, prego” chiese il controllore fermandomi
appena salito.
Realizzai solo in quel momento che non avevo il
biglietto e che bisognava trovare subito
una scusa valida.
“Non ho fatto in tempo, sa, dovevo prendere per forza
questo treno...posso fare il biglietto a bordo, no?”
“Mi spiace, devo farle la multa, qui non si fanno
biglietti.”
“Ma come, da che mondo è mondo...”
“Qui non si fanno biglietti” ripeté.
In pochi secondi presi una decisione: scappare via.
Correvo veloce come un fulmine nella direzione
opposta, il controllore mi inseguiva e io sentivo quasi il suo respiro addosso.
Quando arrivai all’ultimo vagone capii che ero spacciato ma, mentre frugavo nelle tasche per cercare qualche
rimasuglio di denaro, mi accorsi che
dietro di me non c’era più nessuno, quell'uomo non mi aveva seguito fin lì.
Dopo tutta quella corsa si era fermato.
“Strano, “ pensai,” davvero strano.”
Mi nascosi nel bagno,
ben sapendo che se il controllore fosse tornato
quello sarebbe stato il primo posto nel
quale mi avrebbe cercato.
Passò un’ora, circa, cominciavo ad essere stanco di
star chiuso lì dentro, decisi di uscire
e tentare di scendere alla fermata successiva.
Il treno pareva avermi ascoltato perché dopo cinque minuti inizò a
rallentare e si fermò.
Scesi senza guardare: non aveva importanza che
stazione fosse, dovevo per forza andarmene.
Quando alzai gli occhi vidi la sagoma di una vecchia insegna che conoscevo molto bene, era sbiadita e i caratteri non si leggevano
quasi più da tempo immemore, il padrone del locale diceva che così attirava più
clienti perché faceva atmosfera. Tutti i
santi giorni quella dannata insegna si metteva fra me e il panorama della
valle, permettendomi di vederne solo un frammento.
Casa mia a un passo, e il treno si stava già allontanando.
Mi dicevo:”Cosa è stato? Cosa è stato?”
Non mi capacitavo di cosa potesse essere accaduto, di
sicuro c’era solo che il mio viaggio si
chiudeva lì, come un cerchio perfetto.
Spalancai la
finestra della ma camera: una luce livida e quotidiana si offrì al mio sguardo
inquieto, ancora in cerca di un treno e
di una partenza.
Commenti
Posta un commento