Ero una cameriera

Ci sono lavori duri, difficili, non solo per l'impegno fisico che richiedono ma per tutta la pazienza e la tolleranza che si pretendono da te per quattro soldi di stipendio.
E ogni tanto succede che qualcuno vada oltre...
buona lettura.





Ero una cameriera
Barbara Cerrone


Ero una cameriera, lavoravo in un bar. Ero stanca del mio mestiere ma non ero stata capace di trovarne un altro e allora mi tenevo quello.
Mi alzavo all'alba, perché quello era il mio turno; lavoravo sodo, anche perché non si poteva fare altrimenti con Ugo, il padrone: uno come lui non si fregava facilmente.
Ti rispettava ma pretendeva che lavorassi fino a sputare l’anima,  io lo facevo, chiedendomi a volte se non ci fosse un altro modo per campare.
Ci provai con il gioco ma perdevo come respiravo e alla fine feci parecchi debiti; mi salvò il padrone, solo che poi  mi trattenne dallo stipendio una rata fissa per due anni. Due anni di fame, imparai la lezione.
Ero una cameriera ed ero  brava, i clienti mi dicevano sempre che ero la più gentile, io direi piuttosto che ero l’unica ad essere davvero  gentile in quel bar pidocchioso.
Ero una cameriera e servivo ai tavoli con grazia, diceva Ugo quando era di buon umore. Non ho mai capito in cosa vedesse la grazia.
Una volta anch'io mi ammalai, avvisai il padrone e lui tirò giù una bestemmia perché non sapeva con chi sostituirmi a quell'ora di mattina: due colleghe in ferie e altre due che dovevano coprire i turni del pomeriggio e della sera. Chiamò sua moglie che poi mi inviò una serie di maledizioni perché a causa mia era  stata  tolta dal suo letto morbido alle cinque di mattina.
Ero una cameriera e guadagnavo quattro soldi più le mance, quelle sì, buone. C’erano dei clienti che volevano fare i  signori e ti lasciavano dei bei soldi, a volte. Meno male perché con lo stipendio che mi dava Ugo non avrei potuto pagare sempre le bollette.
Ero una cameriera, con gli occhi di mio padre e la sfortuna di mia madre, i capelli corti e biondi e le guance rotonde, gli uomini mi guardavano per un attimo poi si giravano da un’altra parte in cerca di qualcosa di meglio.
A dire il vero qualcuno c’era che mi girava intorno, specie quando dovevo sostituire quello del turno di sera: i soliti  due  o tre ubriachi che si fermavano a dormire con la testa appoggiata sul bancone finché il titolare non li buttava fuori.
Grandi occasioni, certo, roba da leccarsi i baffi e buttarcisi subito. Me ne liberavo a fatica ma non potevo essere brusca, solo il capo aveva il diritto di essere sgarbato.  Anni di cortesia e di rabbia inghiottita come una medicina, tornando a casa con l’odore di muffa attaccato ai vestiti. La cortesia era la mia prigione.
Fra questi relitti ce ne fu uno che si innamorò, o così disse, non servì a niente dirgli che ero sposata, capì subito che era falso e che tiravo a campare tutta sola in un mini appartamento in affitto.
Quando si presentò con un anello mi resi conto  che dovevo essere più chiara: gli allungai un ceffone sulla guancia sinistra, la destra era occupata da una cicatrice, mi sarebbe sembrato di infierire.
Ugo mi disse che ero stata una stupida, che avrei dovuto approfittarne ma io volevo la mia libertà, unico lusso che  mi sono concessa nella vita.
Ero una cameriera, niente di speciale, non navigavo in buone acque e non ero felice, sopravvivevo galleggiando appena. La  rassegnazione mi aveva resa brutta, giravo per  le strade con le calze smagliate e senza trucco; non cercavo altro che pace.
Un giorno ci fu anche per me la resa dei conti.
Bussò alla mia porta un uomo, un vecchio cliente, ubriaco fradicio.  Anche lui come quell'altro diceva di volermi sposare, diceva di amarmi e di volermi sposare. Non riuscii a impedirgli di entrare, mi spinse dentro con violenza e temetti il peggio.
Questo però, non so perché, non mi valse nessuno sconto di pena quando al processo giurai che  per paura, solo per paura, l’avevo spinto giù, giù, giù, giù, giù... in fondo a quelle luride scale.


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