Senza ricordi


Qualche volta si riesce ad arrivare in tempo, e qualcuno si salva...
buona lettura.

Senza ricordi
Barbara Cerrone



All'improvviso mi volto e lo vedo. Avanza barcollando fra le mille formiche brulicanti che alle sei del pomeriggio  invadono le strade del centro.
Ho avuto una brutta giornata, una delle tante che aggiungono alla mia frustrazione di pittrice fallita la stanchezza che nasce da un lavoro nel quale non mi sono mai riconosciuta.
I miei dipinti sono tutti in garage, accanto agli oggetti che non uso più e non ho il coraggio di buttare, a coprirsi  di polvere come tutto il resto.
Sono venuta in centro per comprare un golfino che vada  bene sulla gonna marrone, in questa strada c’è un negozio che di solito ha delle cose di qualità e i prezzi non sono esosi, perciò, nonostante la commessa rinsecchita e acida che ti guarda dall'alto in basso come se stesse lì a farti un favore, è qui che vengo quando voglio una maglia decente.
Ho trovato quel che cercavo e sono piuttosto soddisfatta, è stato un puro caso se ho girato la testa in quella direzione e i miei occhi hanno incrociato la sua immagine.


Cammina  con l’incertezza di un ubriaco, ogni tanto si ferma e si appoggia dove capita.
Provo il forte desiderio di andare da lui, di sostenerlo, poi penso che potrebbe prenderla male e lascio perdere.
Mi sento oppressa da una tristezza insopportabile, mi pesa l’anima come una pietra, è come se fossi anch'io dall'altra parte della strada a barcollare con lui.
Si guarda intorno con l’aria smarrita, sembra un uomo senza ricordi, poi d’un tratto  abbassa  gli occhi e fissa ora i lacci delle scarpe, ora le crepe del marciapiede.
Indossa una giacca scura su una camicia chiara col collo sbottonato, dalla tasca dei pantaloni sbuca un foglio bianco che continua a ricacciare dentro, senza successo.
I suoi capelli grigi e un po’ lunghi si lasciano andare al vento freddo che ora si è alzato spazzando più in là le foglie cadute dagli alberi.
Posso osservarlo bene da qui, sono proprio di fronte a lui, ci separa  solo questa assurda pista ad alta velocità che chiamano viale.
Sembra stia andando verso uno slargo dove ci sono tre panchine, Forse vuole sedersi, penso incamminandomi nella stessa direzione.
Per non farmi notare mi avvicino ad un negozio  in modo da poter vedere la sua immagine riflessa nella vetrina, e  intanto fingo di guardare i vestiti in mostra.
 Il bus si ferma, per un attimo lo perdo di vista, lo ritrovo che cerca di sedersi sulla prima  panchina ma una vecchia con l’ombrello rotto e un’aria affranta lo  precede, e posa accanto a sé la borsa della spesa piena di verdure fresche.
Non c’è posto per lui.
Di fianco alla vecchia, all'altro lato,  siede un uomo col cane, un bassotto che ogni tanto si slancia verso la strada ma viene immancabilmente riportato indietro dal guinzaglio retrattile.
Fra le altre due rimaste libere lui sceglie la panchina che sta dalla parte opposta, dove due donne  discutono animatamente mentre guardano  in controluce un vestito che hanno appena tirato fuori da una busta.
Indovino lo sguardo cupo delle due che subito dopo riprendono i loro discorsi senza più badargli.
Lui, seduto in disparte, si  slaccia per un attimo le scarpe con un’espressione tesa, poi abbassa la testa e la prende tra le mani, forse chiude gli occhi, non so, non riesco a capirlo da qui.
Sembra stanco, mi pesa la sua stanchezza.
Un passante gli chiede qualcosa e  lui fruga freneticamente  nel taschino interno della giacca, poi alza le braccia in segno di resa e l’altro prosegue senza aggiungere altro.
Due ragazzine in vena di windows shopping si avvicinano al mio punto di osservazione, ho paura che oltre alla vetrina si mettano a guardare anche me e penso che forse ora  è meglio scegliersi un altro posto,  mi viene in mente la sala da tè che sta proprio qui accanto: dalle finestre al primo piano avrò un’ottima visuale.
Salgo le scale in gran fretta, come se di sopra ci fossero i binari della stazione e io rischiassi di perdere il treno e spero che nel frattempo lui non si sia allontanato.
Punto decisamente verso l’unico tavolino vicino alla finestra, ordino un tè al gelsomino, la giovanissima  cameriera fa un cenno di approvazione: le piace il gelsomino.  Con le trecce rosse e gli occhiali sembra  Pippi Calzelunghe.
Il mio tè è qui, fumante e inutile davanti a me che non lo degno nemmeno di uno sguardo,  lui intanto fa per alzarsi ma non ci riesce, ricade subito giù, le due donne  invece si sono già allontanate  e ora è solo su quella panchina.
Tenta nuovamente di alzarsi e di nuovo cade giù, gli si avvicina una donna, forse per offrirgli aiuto ma lui fa come per scacciarla con il braccio; lei agita una mano intorno alla testa e poi si allontana in fretta ticchettando sulle sue décolleté nere.
Lui si alza ancora e questa volta non cade ma  la sua figura si staglia ondeggiante contro gli alberi illuminati dai lampioni,  io non ce la faccio più e decido di correre  da lui.
Mi precipito giù per le scale, il mio tè lo berrà qualcun altro, forse Pippi.
Lanciandomi sulle strisce  attraverso la strada come un fulmine, lui è sempre là, in piedi, e guarda dalla mia parte. Sembra quasi che mi stia aspettando.
Sento di ricominciare a respirare dopo una lunga apnea: sono arrivata in tempo, posso ancora fare qualcosa per lui.
Posso ancora fare qualcosa  perché mio padre non cada giù come un birillo sulla pista da bowling, per non rialzarsi più.




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