Il miracolo
Forse sta tutto nell'attesa...
Buona lettura.
Il miracolo
Anna
aspettava un miracolo. Qualche volta lo aspettava alla fermata dell’autobus che portava in
città, altre volte dietro l’angolo di casa o sotto il porticato della vicina;
anche nella chiesa del paese lo aspettava, specialmente la domenica mattina.
Una volta lo aspettò perfino sotto il ponte che collegava il suo paese a quello
vicino ma lì l’attesa non veniva bene e ci rinunciò.
Ovunque l’odore del miracolo le si presentava
alle narici come il profumo dei fiori in giardino, lo respirava ma non ne
vedeva l’origine; non aveva la minima idea da dove venisse quella fragranza, ma
attendeva fiduciosa di saperne di più, col tempo e la pazienza.
Una
volta il profumo di miracolo la stordì al punto che fu costretta a fermarsi per
un attimo a respirare l’odore acre della sigaretta che il barbiere fumava fuori
dal negozio, come chi, in città, respira
ogni giorno gas di scarico e si trova all’improvviso nei polmoni l’aria
rarefatta di montagna.
Sono
cose a cui bisogna abituarsi piano piano.
Lei
sentiva che si sarebbe abituata, ma con giudizio. E con i suoi tempi.
Intanto
non parlava del miracolo ai vicini o agli amici tornando dalla spesa, pensava
fosse giusto rimacinarlo nel proprio angolo interiore quel pensiero; del resto,
ognuno, si diceva, aveva il proprio miracolo in testa, anche se non lo diceva:
e che? Saranno mica scemi gli altri che non aspettano nulla?
C’era solo da chiedersi se l’odore che sentiva
promanasse proprio dal suo personale o da quello di qualcun altro, nel qual
caso le veniva il dubbio che il suo potesse trovarsi da un’altra parte e che
lei dovesse aguzzare le narici per sentire se c’era qualche altra essenza miracolosa nell’aria. E nel caso ci fosse
stata, come distinguere il profumo del suo da quello di un altro? Non aveva ben
risolto la questione, si interrogava notte e giorno senza cavarne un bel nulla,
così passava oltre coi pensieri e continuava ad attendere e annusare.
L’unica
cosa di cui era certa era che prima o poi l’evento si sarebbe compiuto,
l’intensità della fragranza che si
faceva sempre più prepotente di giorno in giorno lo diceva, non si trattava che
di esser lì, pronti a raccogliere i frutti dell’attesa quando si fosse
verificato il fatto.
Si
teneva pronta, dunque, non tralasciava di andar dal parrucchiere quando aveva
soldi per non permettere che, arrivando all’improvviso, il suo miracolo la
trovasse sciatta e brutta come una qualunque disillusa.
Nel
paese di miracolati ce n’erano stati tanti,
quasi ogni casa ne aveva avuto uno e quest’ultimo lo raccontava agli
altri come per dire: “Eh, credeteci, succederà anche a voi!” a incoraggiar la
fila degli speranzosi, senza parere di vantarsi troppo.
E
finalmente, dopo tanto tempo, qualcosa avvenne e proprio di domenica, giorno da
sempre adatto a questi eventi, anche
perché la gente è più propensa: non deve
lavorare e può dedicarsi con più tranquillità a miracoli e feste di paese.
Fu
in piena estate, con un caldo torrido, quaranta gradi di afa e di zanzare; non
ci poteva credere che proprio quello fosse il giorno.
Vagava
per la casa come un’ombra e all’improvviso eccoti l’odore, più forte del
consueto, e prima che potesse dir parola era già lì, nella sua stanza.
Il
miracolo era arrivato. Le trapassò l’anima da una parte all’altra come una
spada, e rimase lì per un bel pezzo, forse un’ora.
Lei
lo guardò con aria di stupore: ma era lui? Sentì come un rimbombo, un suono
strano, fu come raccontavano i suoi vecchi che la guerra l’avevano vissuta con
tutti i suoi rumori.
Quasi
le sembrò di udire un rullare di tamburi, una banda che suonava, ma in
lontananza. Vibravano le corde: ma di che? Non si vedevano strumenti o
suonatori, vibrava l’aria, forse, come un tremore di foglie gigantesco che
scuotesse l’intero mondo intorno a lei.
Arrivarono
anche i vicini, ed entrarono senza bussare: c’è un miracolo in atto, ti vuoi preoccupare del
galateo?
Anna
non li vide nemmeno, intenta a raccogliere le idee che le sfuggivano di mano
come acqua; non era pronta, malgrado i mesi, gli anni, e il parrucchiere. Non
era pronta. Lo si vedeva dagli occhi allucinati. Lo si notava dalla bocca che
storceva.
Guardò
il miracolo ma tutta quella luce la folgorò e l’accecò all’istante; pensò che
presto avrebbe dovuto chiederne un altro per riacquistar la vista, che
certamente in quel momento aveva perso.
Ma
il miracolo era pieno di pietà, e abbassò subito l’intensità della sua luce,
come un interruttore. Divenne quasi opaco e si vedeva a stento, Anna dovette correre a prendere gli occhiali
prima che scomparisse per tornare nel
suo bell’archivio, in mezzo ai miracoli
già avvenuti.
Lo
vide di nuovo, infine, ma le sembrò sbiadito, un miracolo già trascorso, un attimo vissuto che non si può
più recuperare.
Dopo
dieci minuti svanì del tutto, dieci minuti di miracolo non sono pochi anche se
non coprono certo una vita. Anna lo
disse ad alta voce e tutti assentirono, poi se ne andarono a preparar la cena.
Quando
fu sola, rifletté che tutto sommato non l’aveva capito fino in fondo
quell’evento straordinario e che qualcosa le era ben sfuggito. Forse era durato
troppo poco o forse lei non era ancora in grado di decifrarlo; si disse,
allora, che ci sarebbe stato bisogno di una ripetizione, un nuovo miracolo,
magari dopo qualche tempo, per raccapezzarcisi meglio.
E si rimise in attesa più di prima.
Ma
non si può negare che quello fu un giorno importante per lei, e che lo ricordò
per anni ai suoi amici, ai suoi bambini, quando ne ebbe, e al marito che non
credeva a nulla ma a lei sì.
Ancora
oggi se ne parla nel paese, qualcuno minimizza e dice che quando il miracolo
finì e la gente uscì dalla sua casa, Anna non fece che prendere l’acqua, la
polvere appena macinata e la caffettiera, poi come niente fosse si preparò un
caffè.
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