Il miracolo



Forse sta tutto nell'attesa...

Buona lettura.





Il miracolo
 Barbara Cerrone


Anna aspettava un miracolo. Qualche volta lo aspettava  alla fermata dell’autobus che portava in città, altre volte dietro l’angolo di casa o sotto il porticato della vicina; anche nella chiesa del paese lo aspettava, specialmente la domenica mattina. Una volta lo aspettò perfino sotto il ponte che collegava il suo paese a quello vicino ma lì l’attesa non veniva bene e ci rinunciò.
 Ovunque l’odore del miracolo le si presentava alle narici come il profumo dei fiori in giardino, lo respirava ma non ne vedeva l’origine; non aveva la minima idea da dove venisse quella fragranza, ma attendeva fiduciosa di saperne di più, col tempo e la pazienza.
Una volta il profumo di miracolo la stordì al punto che fu costretta a fermarsi per un attimo a respirare l’odore acre della sigaretta che il barbiere fumava fuori dal negozio, come chi, in città,  respira ogni giorno gas di scarico e si trova all’improvviso nei polmoni l’aria rarefatta di montagna. 
Sono cose a cui bisogna abituarsi piano piano.
Lei sentiva che si sarebbe abituata, ma con giudizio. E con i suoi tempi.
Intanto non parlava del miracolo ai vicini o agli amici tornando dalla spesa, pensava fosse giusto rimacinarlo nel proprio angolo interiore quel pensiero; del resto, ognuno, si diceva, aveva il proprio miracolo in testa, anche se non lo diceva: e che? Saranno mica scemi gli altri che non aspettano nulla?
 C’era solo da chiedersi se l’odore che sentiva promanasse proprio dal suo personale o da quello di qualcun altro, nel qual caso le veniva il dubbio che il suo potesse trovarsi da un’altra parte e che lei dovesse aguzzare le narici per sentire se c’era qualche altra essenza  miracolosa nell’aria. E nel caso ci fosse stata, come distinguere il profumo del suo da quello di un altro? Non aveva ben risolto la questione, si interrogava notte e giorno senza cavarne un bel nulla, così passava oltre coi pensieri e continuava ad attendere e annusare.
L’unica cosa di cui era certa era che prima o poi l’evento si sarebbe compiuto, l’intensità della fragranza  che si faceva sempre più prepotente di giorno in giorno lo diceva, non si trattava che di esser lì, pronti a raccogliere i frutti dell’attesa quando si fosse verificato il fatto.
Si teneva pronta, dunque, non tralasciava di andar dal parrucchiere quando aveva soldi per non permettere che, arrivando all’improvviso, il suo miracolo la trovasse sciatta e brutta come una qualunque disillusa.
Nel paese di miracolati ce n’erano stati tanti,  quasi ogni casa ne aveva avuto uno e quest’ultimo lo raccontava agli altri come per dire: “Eh, credeteci, succederà anche a voi!” a incoraggiar la fila degli speranzosi, senza parere di vantarsi troppo.
E finalmente, dopo tanto tempo, qualcosa avvenne e proprio di domenica, giorno da sempre adatto a questi eventi,  anche perché la gente è più propensa:  non deve lavorare e può dedicarsi con più tranquillità a miracoli e feste di paese.
Fu in piena estate, con un caldo torrido, quaranta gradi di afa e di zanzare; non ci poteva credere che proprio quello fosse il giorno.
Vagava per la casa come un’ombra e all’improvviso eccoti l’odore, più forte del consueto, e prima che potesse dir parola era già lì, nella sua stanza.
Il miracolo era arrivato. Le trapassò l’anima da una parte all’altra come una spada, e rimase lì per un bel pezzo, forse un’ora.
Lei lo guardò con aria di stupore: ma era lui? Sentì come un rimbombo, un suono strano, fu come raccontavano i suoi vecchi che la guerra l’avevano vissuta con tutti i suoi rumori.
Quasi le sembrò di udire un rullare di tamburi, una banda che suonava, ma in lontananza. Vibravano le corde: ma di che? Non si vedevano strumenti o suonatori, vibrava l’aria, forse, come un tremore di foglie gigantesco che scuotesse l’intero mondo intorno a lei.
Arrivarono anche i vicini, ed entrarono senza bussare: c’è un  miracolo in atto, ti vuoi preoccupare del galateo?
Anna non li vide nemmeno, intenta a raccogliere le idee che le sfuggivano di mano come acqua; non era pronta, malgrado i mesi, gli anni, e il parrucchiere. Non era pronta. Lo si vedeva dagli occhi allucinati. Lo si notava dalla bocca che storceva.
Guardò il miracolo ma tutta quella luce la folgorò e l’accecò all’istante; pensò che presto avrebbe dovuto chiederne un altro per riacquistar la vista, che certamente in quel momento aveva perso.
Ma il miracolo era pieno di pietà, e abbassò subito l’intensità della sua luce, come un interruttore. Divenne quasi opaco e si vedeva a stento,  Anna dovette correre a prendere gli occhiali prima che scomparisse  per tornare nel suo bell’archivio, in mezzo ai  miracoli già avvenuti. 
Lo vide di nuovo, infine, ma le sembrò sbiadito, un miracolo già  trascorso, un attimo vissuto che non si può più recuperare.
Dopo dieci minuti svanì del tutto, dieci minuti di miracolo non sono pochi anche se non coprono certo una vita.  Anna lo disse ad alta voce e tutti assentirono, poi se ne andarono a preparar la cena.
Quando fu sola, rifletté che tutto sommato non l’aveva capito fino in fondo quell’evento straordinario e che qualcosa le era ben sfuggito. Forse era durato troppo poco o forse lei non era ancora in grado di decifrarlo; si disse, allora, che ci sarebbe stato bisogno di una ripetizione, un nuovo miracolo, magari dopo qualche tempo, per raccapezzarcisi meglio.
 E si rimise in attesa più di prima.
Ma non si può negare che quello fu un giorno importante per lei, e che lo ricordò per anni ai suoi amici, ai suoi bambini, quando ne ebbe, e al marito che non credeva a nulla ma a lei sì.
Ancora oggi se ne parla nel paese, qualcuno minimizza e dice che quando il miracolo finì e la gente uscì dalla sua casa, Anna non fece che prendere l’acqua, la polvere appena macinata e la caffettiera, poi come niente fosse si preparò un caffè.
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