Un posto dove restare
Un racconto che è la pagina di un diario.
Ho voluto dar voce a chi non ne ha, e magari si trova in un luogo, o in una situazione, dove tocca il fondo dell'infelicità e non cerca nemmeno più di uscirne perché ha perso la speranza.
Ho voluto dar voce a chi non ne ha, e magari si trova in un luogo, o in una situazione, dove tocca il fondo dell'infelicità e non cerca nemmeno più di uscirne perché ha perso la speranza.
Io ho avuto la fortuna di nascere e crescere in un luogo straordinario dove tuttora vivo, circondata da una bellezza di cui tutti, poveri o ricchi, possono godere, e dove le mie modeste origini non hanno fatto di me una prigioniera del degrado o del cemento.
Anch'io, tuttavia, per i mille motivi della vita, un giorno potrei trovarmi nella gabbia di un non luogo, o in una situazione nella quale non sarei felice di stare.
Anch'io, tuttavia, per i mille motivi della vita, un giorno potrei trovarmi nella gabbia di un non luogo, o in una situazione nella quale non sarei felice di stare.
Potrebbe succedere a chiunque.
Ovviamente tutto il mio rispetto e il mio sostegno a chi, per lavoro, fa la cameriera ai piani: lo sono stata anch'io, a Londra, tanto tempo fa, ed è un lavoro duro ma più che dignitoso. Il punto del racconto, infatti, non è questo.
Dedicato a chi si trova intrappolato nelle maglie della vita, con l'augurio di farcela e di trovare presto il proprio posto nel mondo, un posto dove restare.
Da "Imperfetti", il mio racconto:
Un
posto dove restare
Barbara
Cerrone
Io
lavoro qui da anni.
Da
noi viene solo gente di passaggio, non è un posto dove restare.
I clienti di questa pensione si fermano una
notte o due, poi vanno; è gente che lavora, che va di corsa, gli serve un letto
per dormire non il Grand Hotel perché di solito non ha nemmeno il tempo di .vedere
dove sta. Meglio per loro, perché qui non c’è niente di bello da vedere, e
forse questo è un bene perché altrimenti sarebbe più difficile andarsene.
Il
mio mestiere è rifare i letti e pulire la loro sporcizia, la paga non è
granché; non ho mai cercato di andarmene,forse perché ho sempre pensato che in
qualunque altro posto avrei finito per fare lo stesso mestiere, avrei pulito la
stessa sporcizia, solo a persone diverse.
Nei
giorni feriali c’è un grande andirivieni, il sabato e la domenica invece è come
se questo posto si spengesse e allora per me va meglio, ho meno sporcizia da
pulire.
Non
mi domando come mai non sono riuscita a fare niente di meglio, perché la
risposta la conosco bene: non avrei
saputo da che parte cominciare, così ho lasciato che la vita facesse di me quel
che voleva. Del resto ci sono lavori peggiori di questo
Qualche
volta penso che vorrei andare al mare invece di stare qui, specialmente nelle
mattine d’estate, poi mi dico che non ho nessuno con cui andarci e il mare da
sola mi fa tristezza.
Ho
un’età in cui non ci si dicono più bugie, ma la verità è brutta come il viso
disfatto di certi clienti. Non è che mi
piaccia molto.
Ho
l’abitudine di lavarmi due volte le mani appena finito il lavoro, uso i guanti
per pulire ma la sporcizia sembra ti resti sempre addosso anche se scivola via
nell’acqua lurida del secchio.
Io
però lavoro con coscienza, pulisco bene, certe mie colleghe fanno solo finta ma
io no.
Mi
piace che si veda che sono passata da lì
perché così è come se rimanesse una traccia di me, un segno.
Quando
esco sono felice perché ho finito, poi sembra che la giornata mi caschi addosso
come un peso e vado a dormire, così non penso per un po’.
Il
giorno dopo arriva subito, e non ci posso fare nulla se sono ancora in questa
pensione e tutto ricomincia da capo.
Certe
volte, mentre riordino una stanza, anche se non voglio capita che mi metta a
sognare di andar via da qui, magari in uno di quei posti dove uno vorrebbe
restare.
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