Per colpa di un dito
Un dito, a volte, combina più guai di quanto si potrebbe immaginare...
Per
colpa di un dito
Barbara Cerrone
Gino quella sera di
certo non mise apposta il dito nell’occhio di Gianni, non gli sarebbe mai venuto in mente perché
era un tipo pacifico, anche se gli facevano saltare la mosca al naso lui
scacciava la mosca e faceva finta di
nulla. Sapeva passarci sopra, era il suo sport preferito.
Perciò quella volta
dal tabaccaio, quando, gesticolando, infilò per disgrazia il dito indice della
sua grossa mano destra nell’occhio
sinistro di Gianni, che stava lì, proprio accanto a lui, assorto nei suoi pensieri,
non lo fece apposta; si sarebbe messo a piangere dalla rabbia se non avesse
pensato che era una cosa proprio sconveniente, per un omone grande e grosso
come lui, piangere come un bambino
davanti a tutti per un dito infilato maldestramente in un occhio.
Gianni invece se la prese sul serio, piccolo e
stizzoso com’era ne fece una tragedia di quella bazzecola, e invocò tutti i santi del Paradiso a
testimoni del fatto che lui non aveva mai fatto nulla di male, sicuramente
nulla contro quel Gino che gesticolava in modo imprudente e cafone, infilando
dita dove non doveva e quasi accecando un poveraccio come lui che era povero e non avrebbe saputo come curarsi se avesse
perso un occhio.
Le lamentele si udirono fin dalla piazza
principale del paese, che era anche l’unica, e riuniva ogni giorno un
capannello di gente curiosa, ciarliera e poco incline alla verità dei fatti.
La faccenda, divenuta
subito di dominio pubblico, occupò per
un bel pezzo le cronache locali, passando di bocca in bocca, crescendo e
deformandosi a ogni nuovo passaggio.
Si arrivò a dire che
quella fatidica sera, Gino, per una questione in sospeso con Gianni, aveva
sfoderato il dito per somma provocazione sperando di far più male di quanto non
avesse veramente fatto al poveretto, in
modo che quello si sentisse costretto a rivoltarsi contro di lui, offrendogli
una buona scusa per una lite furibonda.
Si cercò di
conoscere, allora, la causa di tanto malumore ma nessuno aveva idea di cosa
potesse essere successo di tanto grave tra quei due da giustificare un odio così profondo.
Ed ecco che venne su un giovanotto, un
forestiero, piccolo e rossiccio ma ben piantato, che faceva l’operaio in una
fabbrica del posto; disse che lui aveva visto Gino una sera d’inverno discutere animatamente con
Gianni; poiché era lontano non aveva
potuto sentire di cosa parlavano ma aveva visto benissimo che avevano l’aria di
volersi sbranare. Disse anche che Gino a
un certo punto aveva preso qualcosa e lo
aveva messo sotto il naso di Gianni, a mo’ di minaccia; Gianni, a quel punto,
si era allontanato camminando all’indietro
facendo un gesto che voleva dire: “Ti farò vedere io”.
La versione del forestiero piacque molto in
paese e alla fine fu adottata come
quella ufficiale, anche perché non ce
n’era un’altra, ed era abbastanza credibile da poter essere vera.
Da allora, per tutti,
Gino e Gianni avevano avuto un alterco ed erano prossimi ad uno scontro, forse
sarebbero venuti alle mani, un giorno o l’altro, e quel dito era solo l’antipasto
di un succulento pranzo da servire alla prima occasione che si fosse
presentata.
Così Gino, che in un
primo momento aveva minimizzato ritenendo l’incidente banale, quasi ridicolo, e
certamente non così importante da farne
un casus belli con l’amico Gianni, si ritrovò a pensare che tutto sommato
Gianni aveva reagito in modo esagerato e che quella sua reazione abnorme forse
era dovuta a un qualche malanimo nei suoi confronti, qualche vecchia ruggine che non poteva avere un’origine precisa se non
nell’invidia.
L’invidia.
Gino aveva una buona
posizione, i soldi non gli mancavano e le soddisfazioni tanto meno: aveva una
bella moglie, due figli che studiavano e promettevano bene, una bella casa, dei
soldi da parte; insomma, era un uomo appagato e fortunato, sì, molto fortunato.
Lo stesso non si
poteva dire di Gianni: precocemente vedovo, con due figli sbandati , un lavoro
che gli fruttava pochi soldi e molte umiliazioni. Insomma un uomo frustrato, e
sfortunato, sì, molto sfortunato.
Gino, dunque,
rifletteva su questa cosa e più ci rifletteva più si convinceva che Gianni
aveva colto l’occasione per vendicarsi del destino, per fargli pagare come
fosse una colpa la sua vita baciata dal successo.
Certe convinzioni si
insinuano nel petto come vipere silenziose, pronte a trasmettere il loro veleno
alla prima occasione; l’occasione ci fu
molto prima di quanto ci si potesse aspettare.
All’inizio dell’estate,
mentre i primi spietati raggi di sole arroventavano le case, verso le undici del mattino di un sabato afoso
e pigro, Gino uscì per comprare del pane fresco e, all’angolo fra via O. e
la piazza, fece un incontro.
Era tutto vestito di bianco, molto elegante, perciò
non lo riconobbe subito, ma quando alzò gli occhi dal cappello di paglia un po’
sgualcito e incrociò quello sguardo grigio e tagliente capì che l’uomo che
aveva davanti era proprio Gianni. Lì per lì non sapeva che fare, ci fu qualche
attimo di indecisione, Gino era immobile e fissava con ostentazione il
marciapiede; Gianni, con la stessa ostentazione, fissava Gino e sembrava
sfidarlo. Un passante raccontò più tardi che Gianni aveva l’aria di un
pistolero pronto a sparare, Gino, invece, sembrava smarrito e se ne stava lì
immobile come una lucertola alle prese con un gatto.
Rimasero così, a studiarsi , per qualche
minuto, poi Gino si allontanò, imprecando a bassa voce e Gianni fece
altrettanto. I compaesani tirarono un
sospiro di sollievo, perché avevano temuto il peggio per davvero quella volta, ma scoprirono presto che avrebbero dovuto
abituarsi a certe scene, perché quello fu solo il primo di una serie di episodi
che videro i due contendenti affrontarsi
con l’aria di voler fare a botte.
Una situazione del
genere non poteva certo sfuggire al parroco, Don V. il quale, poveretto, ci mise del suo per
cercare di rappacificare i due galletti ma con entrambi fallì miseramente: nessuno
dei due ammetteva il torto né voleva fare un passo verso la riconciliazione.
Ciò che più
sconvolgeva Don V. era che non si riusciva ad individuare una vera causa della
lite, tutto era avvolto nella nebbia fitta della confusione, e fare pace senza capire
il motivo della lite rendeva difficile al povero prete rimuovere, per così
dire, la causa di tanta ostilità. Ecco perché si limitava al solito, generico invito alla pace e alla fratellanza, senza
scendere troppo nei dettagli perché di dettagli da mettere in campo proprio non ce n’erano.
Questa situazione
assai confusa e imbarazzante si protrasse per molte settimane, anzi, mesi senza che se ne venisse a capo in alcun modo.
Gino e Gianni, incontrandosi continuavano a
guardarsi in cagnesco e a minacciare liti furibonde, i compaesani assistevano
allo spettacolo, scommettendo su chi dei due per primo avrebbe alzato le mani,
il parroco invocava la fratellanza e l’amor cristiano, e si andava avanti così,
come fa una cavia che corre in cerchio dentro una ruota e non va mai da nessuna parte.
Tutti avevano perso
la speranza di vedere un’evoluzione in
quella vicenda e quasi si annoiavano ad assistere sempre alle stesse scene con
lo stesso finale.
Una sera d’autunno, fredda e malinconica come solo le prime sere di
autunno sanno essere dopo l’estate, accadde qualcosa che mise finalmente la parola
fine a tutto quel garbuglio.
Accadde che Gino,
verso le sette, uscì per andare in
farmacia: la moglie aveva un forte raffreddore e non c’era l’ombra di
un’aspirina in casa, così lui, da buon marito premuroso, si era offerto di
andarla a comprare, sfidando la pioggia e il primo freddo della stagione.
Esattamente alla
stessa ora, anche Gianni si trovava in farmacia
più o meno per lo stesso motivo, solo che nel suo caso il raffreddore ce
l’aveva il figlio più piccolo.
Alle sette e dieci in
punto, i due si trovarono faccia a faccia davanti al bancone di Paolo, il
farmacista, uomo serafico e alieno da
scenate e baruffe.
“Serataccia, eh,
Paolo?”disse Gianni sbirciando con la coda dell’occhio Gino che fingeva di non
vederlo.” È
arrivato il
freddo...e in giro c’è brutta gente.” concluse lanciando un’altra occhiata a
Gino che continuava a fissare il soffitto.
“Brutto tempo,”
ammise Paolo gettando uno sguardo
ansioso verso la porta come se sperasse
di veder entrare qualcun altro, “ in cosa posso servirti?”
“Un’aspirina, Marco
ha il raffreddore e forse la febbre.”
“Eh, sì, è la
stagione. Ecco qua...” fece Paolo ma mentre porgeva la confezione a Gianni ecco che questa gli scivolò di mano, quasi avesse avuto
una vita propria, finendo dritta ai
piedi di Gino .
Situazione
imbarazzante. Gino, visibilmente in difficoltà, si guardò in giro per cercare
qualcuno che al posto suo potesse raccogliere quella maledetta confezione di
aspirina senza dover rivolgere la parola
a Gianni ma in farmacia c’erano solo loro due e il farmacista che stava già
cominciando a sudare freddo.
Ci fu un attimo di
silenzio raggelante, nessuno aveva il coraggio di parlare né di chinarsi a
prendere quel farmaco.
Non fu un gesto
voluto, o, perlomeno, non del tutto consapevole. Insomma, Gino non ci aveva
neanche pensato, solo... così... ecco...il suo piede prese a muoversi nervosamente
e non si sa come ruotò verso sinistra, proprio in direzione dell’aspirina. Non
lo fece apposta, lui non voleva, e quando sentì il crac delle compresse schiacciate sotto la suola della scarpa quasi impallidì.
“Paolo lo hai visto,
lo hai visto cos’ha fatto? Mi sei testimone” urlò Gianni.
“Calma, calma,”
implorò Paolo, “è stato un incidente, suvvia, solo un incidente. Te ne do
subito un’altra, e gratis, quella non la paghi ma stai calmo, per favore.”
Gianni non lo stette a
sentire, o almeno non lo stette a sentire il suo braccio destro che, in
combutta col sinistro e con le gambe che
si avvicinarono a Gino, in un lampo circondò il collo del nemico e lo strinse in una morsa gridando:
“Io ti ammazzo,
vigliacco, io ti ammazzo!” mentre quello
si faceva paonazzo.
“Basta, basta, guarda
che chiamo la forza pubblica, eh? Ti mando in galera” starnazzava Paolo
afferrandogli il braccio con forza.
Strattonato, esausto,
sudato, Gianni a un tratto si fermò come svegliandosi da un brutto sogno.
Si guardò intorno con
l’aria di chi vedeva quel posto per la prima volta e fissò la sua vittima negli occhi: un agnello
portato al macello.
“Mi volevi proprio
ammazzare, eh?” riuscì a dire Gino.
“Io? Io no, no. Non
sono un assassino. Io no.”
“C’è mancato poco,
però, c’è mancato poco.”
“Tu ...tu..mi hai
provocato!”
“Hai perso la testa?
volevi ammazzarmi.”
“No, io no, io no!”
“Tu, sì, ci sei quasi
riuscito. Sei un pazzo.”
“No, io no, volevo
solo...ero...mi hai fatto rabbia, rabbia!”
“Io sono stato un
cretino, d’accordo ma tu sei un
assassino.”
“No, io mi sono
fermato. Mi sono fermato.”
Rimasero così, uno
davanti all’altro, senza parlare per qualche istante; Paolo prese un’altra
confezione di aspirina e la porse a Gino.
“Ecco,” disse, “ ora
vai a casa e non pensarci più.”
Uscendo Gino si voltò
ancora una volta verso Gianni.
“Ci siamo quasi ammazzati,” mormorò,” e non
sappiamo perché. Tutto per colpa di un dito.”
Un dito che Gino
guardò con aria di rimprovero mentre,
con l’aria più innocente del mondo, svolgeva la sua solita funzione insieme agli altri quattro della mano destra tenendo ben stretta la confezione di aspirina.
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