Un panino di qualche tempo fa


Non so da voi, ma nel mio piccolo paese i negozi di generi alimentari  sono stati fagocitati dalla grande distribuzione negli ultimi venticinque anni.
Anch'io, da bambina, quando andavo a trovare gli zii in città venivo conquistata dalla magia di questi non luoghi dove c'era di tutto, e in tale abbondanza da generare in chi vi si aggirava una specie di stordimento, insieme al bisogno di comprare e comprare, oltre ogni ragionevole lista della spesa.
Non entro nella polemica del consumismo o delle maggiori garanzie riguardo alla salubrità degli alimenti. No. Piuttosto mi piace lanciare un sasso nello stagno della nostalgia e ricordare com'erano quei vecchi negozi, alcuni dei quali non brillavano, è vero, per varietà e quantità ma ce n'erano altri che avrebbero dato filo da torcere ai più famosi supermercati di oggi, se non altro per la qualità dei prodotti
 Il fattore umano era al di sopra di ogni logica di marketing: chi stava dietro il bancone non era un operaio alla catena del sorriso ma una vecchia conoscenza, forse addirittura un amico, che se  ti fregava poteva essere mandato a quel paese. 
Diventava quasi un fatto personale. 
Ci si parlava, ci si raccontava con quell'uomo e quella donna che servivano normalissimi salumi, senza pretese di essere dietetici, e formaggi che non fingevano di essere uguali all'acqua. Prodotti "con", niente che fosse dichiaratamente "senza" sarebbe sarebbe stato preso in considerazione da quei clienti che erano prima di tutto buongustai.
Perlomeno così era prima dell'avvento dei supermercati nel mio paese, o se preferite, così è nei miei vaghi ricordi.

Da Un paese, allora,  eccovi  "Il Panino"
Buona lettura




Il panino 
Barbara Cerrone

Il negozio di alimentari di Giovanni si affacciava sul vicolo inerpicato lungo la collina che portava al borgo antico, e consisteva tutto in una piccola stanza buia con pochi scaffali semivuoti e un vecchio bancone con il ripiano di marmo; tutte le mattine, verso le 7.30, una piccola folla di donne sostava davanti alla porta della bottega per comprare pane, latte e un pezzo di focaccia per i bambini.
Quel giorno la signora Ernesta decise che faceva troppo freddo per andare a piedi fino al paese vicino, dove si trovava il negozio di Marcello, molto più grande e fornito, ecco perché si assicurò che il suo chignon fosse a posto, stirò bene la gonna sulle gambe corte e grassocce e si piegò al triste destino di varcare la soglia di quella botteguccia che per tanto tempo aveva preferito evitare, non giudicandola consona alle sue necessità.
“Buongiorno, “ disse entrando, “vorrei un etto di salame, per cortesia.”
“Perché?” chiese Giovanni, guardandola da sotto le lenti.
“Come perché?” rispose lei, “ perché oggi voglio mangiare del salame.”
“Perché?” insisté lui.
“Che domande sono queste? Non me lo vuole dare? Vuol dire che andrò da Marcello.”
“Perché?”
“Giovanni,  forse lei ha voglia di scherzare ma io no, per niente. Mi dia quel salame, che ho fretta.”
“Perché?”
“Ancora? Allora è impazzito!”
“Perché?”
“ Perché insiste a fare domande sciocche a una cliente che le ha solo chiesto un etto di salame per farcire un panino.”
“Un panino? E perché?”
“Un panino perché? Perché si fa un panino? Per mangiarlo. Allora, me lo dà quel salame o devo andare da Marcello?”
“Oh, da Marcello,” fece Giovanni alzando le spalle, “ e perché?”
“Basta, ora mi ha davvero stancata. Che vuol dire questa scenetta,  avanti,  me lo dica!”  strillò la donna, rossa di collera.
“Si è stancata? E perché?”
“No, ho capito, lei mi sta prendendo in giro. Adesso me ne vado ma prima le dico che lei è un povero scemo  e che non mi vedrà più in questo pulcioso negozio.”
“Pulcioso? Perché?”
“Vuol saperlo? E allora glielo dico. In questo negozio ci sono si e no due cose e per far la spesa sul serio si deve per forza andare da Marcello, caro il mio signor perché.”
Scese  il silenzio, nessuno dei due parlò per qualche minuto.
Fu la signora Ernesta, dopo un po’, a rompere il ghiaccio.
“Beh? Mi dà il salame o no? Ho fretta, sa?”
“Cara signora,” disse Giovanni, “ non è che io non glielo voglia dare.”
“No? Allora perché fa tante storie?”
“Vede, è che...non ce l’ho.”
La signora Ernesta, allora, giudicò saggio allontanarsi senza reclamare, senza  insultare, prima che la sua rabbia, evidente sotto l’incarnato pallido fattosi  scarlatto, la divorasse al punto da farla esplodere e  gettare in faccia a quel pusillanime, a quel buffone, a quel cafone dallo sguardo impenetrabile e i capelli color carota uno sputo pari solo alla gittata magnifica di una cascata di montagna.
Ecco perché si voltò,  aprì la porta e, senza dire una parola,  se ne andò.
















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