Elena
Se il sonno della ragione genera mostri, il sonno dell'anima uccide.
Da "Un paese" il racconto Elena.
Buona lettura
Elena
Elena
era molto devota alla Madonna; la pregava ogni giorno, mattina e sera; la
pregava quando si alzava, quando si metteva a tavola e quando andava a dormire.
Tutti in paese conoscevano la sua
devozione, tutti l’ammiravano, dicevano:
“Eh!
com’è pia Elena, come prega sempre la Madonna! Bisognerebbe prendere esempio.”
Però
l’esempio non lo prendevano mai. Piuttosto si rincorrevano le bestemmie, fra i
vicoli sporchi e le case color della polvere.
Eppure
Elena viveva in una di quelle case, camminava in uno di quei vicoli e anzichè
bestemmiare lei pregava: vai a capire cosa passa nella testa di uomini e donne
che percorrono le stesse vie ma non fanno lo stesso percorso.
Di
mestiere faceva la ricamatrice; ricami che erano pitture uscivano fuori da
quelle mani svelte, inossate e stanche come quelle di una vecchia. Lei però non era proprio vecchia, galleggiava con
grazia in quell’età mediana che vede già dei segni spargersi come petali sul
viso: non ancora profondi e non definitivi, come appoggiati lì a caso da una
mano distratta; non era nemmeno una
santa, solo una donna che aveva molta fede, tutti però consideravano la sua condotta parente
prossima della santità.
Quando
passava, le donne anziane quasi si inchinavano, e se per caso non avevano
ancora detto le preghiere improvvisavano qualcosa lì per lì, tanto per non essere da meno.
E
del latino che il prete ammanniva dal suo altare a quella brava gente soltanto
Elena prendeva anche le briciole, soltanto lei, con la sua pazienza, coglieva
tutte quelle parole e le spargeva come unguento dentro l’anima.
Non
erano tutti lì ad ammirarla, c’era anche qualcuno che la criticava, diceva, per
esempio, che era troppo perfetta e chissà? Magari falsa. Ci fu perfino chi la
paragonò ai farisei. Si valutò perfino quanta beneficienza avesse fatto, per
poi concludere che non era abbastanza.
“Ecco un difetto grosso, ecco una mancanza
grave per una che si vuol dire cristiana” si mormorò dietro le persiane, senza
pensare che era povera anche lei e col ricamo non sempre si pagava pranzo e
cena.
Tale
era il paese e tale sarà sempre; la perfezione piace fino ad un certo punto;
finché non toglie il gusto e la maniera di criticare chiunque si ha davanti.
Accadde,
un giorno di primavera imbiondito dal primo sole, che Elena non fosse uscita
per la spesa; non era passata come al solito dalle stradine sporche, rasentando
i muri e i portoni sbiaditi, né era sgusciata in chiesa come un’ombra
silenziosa. Macché. Nessuno l’aveva
incontrata, nessuno l’aveva vista.
Allora
si mise in moto tutto quel complicato meccanismo che porta a far ricerche così,
alla meglio, prima che se ne occupi chi le ricerche le sa fare per davvero.
Perfino
i detrattori si diedero da fare, dato che non avevano malignità fresche di giornata da raccontare
al bar, giocando a carte dopo colazione.
A
mezzogiorno una vicina prese l’iniziativa e bussò alla porta di casa sua.
Nemmeno
un fiato uscì dalle finestre o dalle stanze buie. Non era in casa e non era
uscita: che fosse morta? Magari nel suo letto, come una vera santa, composta, e
col rosario tra le mani?
Allora
si entrò in casa con la forza, ma era vuota e il letto era rifatto. La fantasia si spinse più lontano e si pensò
che un angelo dal cielo l’avesse presa e portata via. “ Eh no,” si disse poi, “l’avremmo visto!”
Si esclusero interventi superiori e si
concluse che era proprio scomparsa, che si chiamassero le guardie, si
denunciasse che quella donna tanto pia non si trovava più; si rintracciassero i
parenti e si cercasse ovunque la figurina spiritata di Elena, la santa.
Partirono
le ricerche ufficiali e si affannarono gli amici; i parenti giunsero, malvolentieri ma giunsero,
dall’altro capo della regione come dall’altro mondo; nessuna novità, nessuno
che l’avesse vista uscire e scappar via col fagotto sulle spalle.
Passò
un mese senza risultato; si cominciò a pensare che fosse morta, magari
uccisa... ma da chi? Dov’era, poi, il cadavere, per seppellirlo e dar l’eredità
ai suoi parenti che fosse pure quella casuccia umida ?
Di
ipotesi ne furono fatte tante, nessuna, poi, risultò quella buona.
Dopo
sei mesi di ricerche vane, s’interrogarono quei bravi compaesani su quanto
tempo si dovesse attendere per la faccenda della morte presunta; preghiere e
messe in suffragio furono dette e celebrate ogni giorno, perfino gli atei
furono visti in chiesa. Si pregava la Madonna e si invocava protezione per il
paese, preda di demoni che avevano seminato la cattiveria e tolto nientemeno
che una santa alla sua gente .
Il
tempo poi si depose su quei giorni, come fa sempre e senza tanti riguardi. Passarono
venti anni e più nessuno si ricordava di Elena, sparita senza lasciar traccia
in una fresca notte di primavera.
In
paese arrivavano i primi turisti, giugno
splendeva di un sole già agostano, un uomo, uno straniero, andò al forno per
comprare il pane; fu lì che si diffuse la notizia, fu lì che nacque la leggenda
di una strana donna che l’uomo aveva visto su in collina.
Disse che aveva i capelli bianchi, lunghi fino
alle spalle e scarmigliati; disse che pascolava cinque pecore un po’ smagrite e
che con loro attraversava i prati; disse che sorrideva e tra le mani aveva un
rosario e che pregava, pregava senza sosta e inneggiava al Signore ad ogni
passo.
Neanche
un’ora era trascorsa che in ogni strada viaggiava la paura: ci si convinse che
in collina c’era una pazza e bisognava stare attenti e non mandare i piccoli da soli a giocare,
casomai fosse scesa in paese; il terrore si diffuse molto presto fra quella
gente indaffarata, e la tranquillità fu messa via in soffitta, come una cosa
vecchia da buttare.
A
qualcuno venne perfino in mente di organizzare una spedizione, una caccia per
stanar la donna e semmai portarla in ospedale.
Nessuno
pensò che potesse essere Elena a vagare
su e giù per la collina come un fantasma.
Nessuno lo pensò, nessuno volle crederlo: troppo dimenticata perché fosse possibile
tirarla fuori dalla naftalina e darle ancora forma di essere vivente.
Ma
per la gioia dei paesani quella creatura non fu più avvistata e la spedizione
non si fece mai. In breve tempo tutto tornò alla calma conosciuta.
Tutto
finì come spesso finisce nel nulla della dimenticanza.
Soltanto nelle sere in cui il silenzio era un rumore capitava
ci fosse qualcuno che credeva di sentire una voce cantare inni, e belati di pecore al pascolo
ad accompagnarla.
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