"Il potere degli occhi"

Dalla raccolta  Un paese  il racconto "Il potere degli occhi".
A volte preferiamo credere a ciò che ci fa più comodo...

Buona lettura.




Il potere degli occhi
 Barbara Cerrone


Per la gente del paese era strana. Sbucò da un giorno all’altro non si sa da dove,  vestiva abiti che sembravano usciti dall’armadio di  un robivecchi,  portava i sandali anche d’inverno e certi  nastri colorati nei capelli che le davano l’aspetto di una bambola appassita.
Il  viso era una sorta di collage fra  due facce messe insieme alla rinfusa: le guance flaccide e cadenti  di una vecchia, gli occhi vivi e luminosi di una ragazzina.
Tutti la guardavano con sospetto, non capivano chi avevano davanti e quando non capivano di solito decidevano di stare alla larga.
C’erano di mezzo anche due figli che si portava sempre dietro, lamentosi e biondi come lei.
 “Ha perfino due bambini!” si diceva, nessuno sapeva con chi li avesse fatti né se avesse avuto, o avesse ancora,  un  marito da qualche parte dell’universo.
I bambini erano ben vestiti e curati e andavano a scuola regolarmente; nulla da dire, tranne che su di lei, catalogata e inchiodata come una farfalla nella bacheca di un collezionista tra gli eccentrici piovuti da fuori.
Di mestiere faceva la chiromante, la maggior parte dei suoi clienti veniva dai paesi vicini e la pagava frugando nella dispensa: farina, uova, qualche volta un pollo, soldi raramente perché ne circolavano pochi e quei pochi chi ce li aveva se li teneva stretti.
È chiaro come non fosse affatto facile per un uomo come Antonio pensare di rivolgersi proprio a lei per quella sua faccenda delicata, ci aveva riflettuto  molto a lungo prima di convincersi che quella era l’unica soluzione.
Da mesi si macerava il cuore nel sospetto; dormiva male, aveva incubi, pensieri cupi e tutto per la sua donna. Una moglie come ce n’erano poche. Una santa, o quasi, che a sospettarla c’era da essere accusato di sacrilegio. Eppure era cambiata. Eppure, lo sentiva, c’era qualcosa di demoniaco nelle sue risatine improvvise, in quegli sguardi languidi che ogni tanto lanciava guardando fuori dalla finestra.
E sospirava. Quando mai prima di allora aveva sospirato? Nemmeno quando erano fidanzati. No. c’era qualcosa, lo sentiva. Arrossiva per un nonnulla e lo guardava come per dire Te ne sei accorto, eh?  Lui le chiedeva cosa avesse e lei: “Nulla, nulla, è che fa caldo qui”.
In pieno inverno e con la neve fuori? Tutto questo caldo? E aveva le guance rosse all’improvviso?
E  quelle passeggiate misteriose? Usciva  spesso da sola con una scusa o con un’altra, mica per far la spesa, no, per divagarsi, diceva lei: a chi voleva darla a bere, la schifosa? Eh, lo sapeva lui che cosa aveva quella lì, un amante, ecco cosa aveva. In tarda età, con i capelli pepe e sale e il viso una ragnatela di rughe...che roba! E due figli grandi, poi! Due figli che ormai erano più alti di lei! Aveva  voglia di...di..di ...non sapeva di cosa ma ne aveva voglia, e la sua rabbia bolliva e ribolliva senza tregua.
Stava ben attento a non lasciarsi sfuggire una parola con gli amici, nessuna confidenza, sennò sai le strizzatine d’occhio, le gomitate  al suo passaggio e che risate si sarebbero fatte su di lui e su una donna come sua moglie che all’improvviso si metteva a giocare alla donna perduta, con quegli occhi a spillo e la faccia imbambolata. Troppo gustosa, la faccenda, per non diventare l’argomento del giorno di ubriaconi e perdigiorno al bar dell’angolo.
C’erano momenti in cui la sua mente si rischiarava come un cielo primaverile, allora si chiedeva se  non fossero tutte sciocchezze, e si sentiva ridicolo a sospettare di una come sua moglie.
Magari quei segnali che lui vedeva erano solo nella sua testa e lei era innocente.
 Magari.
Quegli occhi piccoli e stretti che da giovane gli erano piaciuti tanto  ora gli sembravano la bandiera della cattiveria e dell’inganno, proprio come diceva sua madre. “Stai lontano da una con gli occhi così piccoli!” diceva. E lui si metteva a ridere. Povera donna, aveva provato ad avvertirlo lui, però, eh! Si era intestardito e l’aveva voluta sposare a tutti i costi e ben gli stava se ora, quasi anziana e imbruttita, lo tradiva col primo che passava; perché doveva essere per forza il primo che passava, con chi poteva farsela, sennò, una come lei?
Aveva perfino l’impressione che ora si mettesse in ghingheri per uscire come non faceva nemmeno da ragazza, e poi stava sempre lì a lamentarsi di non avere nulla da mettersi,  proprio lei, che quelle che facevano così le chiamava smorfiose!  Si ungeva il viso con dei pasticci nauseanti, mentre si era sempre vantata di usare solo acqua e sapone! E come stendeva quelle porcherie sulla faccia e si guardava allo specchio!
Ogni volta che la vedeva sentiva levarsi dentro dal profondo come una nuvola di polvere che gli tagliava il respiro. Si torceva le mani grosse e ruvide da operaio che era stato contadino, poi se le passava sugli occhi quasi volesse pulirli dalle immagini disgustose che li tormentavano.
Avrebbe potuto seguirla se ne fosse stato capace ma non lo era, se ne sarebbe accorta subito,  si sarebbe messa sull’avviso e  lui non sarebbe riuscito a prenderli sul fatto, lei e il suo amante.
Bisognava avere le prove, era necessario per  inchiodarla alle sue responsabilità, e magari buttarla fuori di casa senza pietà e senza un soldo in tasca: se li facesse dare dal suo amico, i soldi, e dopo andasse al diavolo con lui.
In ogni caso doveva togliersi quel dubbio o confermarlo una volta per tutte, e si convinceva sempre più che c’era un unico modo.
Ecco perché quel giorno, quando vide la cartomante uscire dal negozio di Ornella con la borsa della spesa, si accertò prima che non passasse nessuno, poi  si fece coraggio e la salutò.
“Buongiorno...io... io vorrei un appuntamento” le disse abbassando gli occhi.
“Certamente,” rispose lei gettandogli addosso la luce verde dei suoi grandi occhi bistrati di nero,  “quando vuol venire?”
“Mia moglie non lo deve sapere, è meglio la  sera. Verso le otto, così sono sicuro di non incontrarla per la strada perché a quell’ora di solito prepara la cena. Io uscirò con una scusa e verrò da lei.”
“Verso le otto? Va bene, vuol venire stasera? Sarei libera, se...” e gli piantò di nuovo lo sguardo verde prato in mezzo agli occhi. Era leggermente strabica ma non in modo sgradevole.
“Sì, sì, non perdiamo tempo. Verrò stasera, un po’ prima delle otto.”
“Allora l’aspetto. Sa dove abito?”
“Sì, lo sanno tutti qui in paese.”




Quella sera Antonio faticò non poco ad uscire di casa all’ora di cena .
“Proprio stasera che c’è la zia? Che devi fare di tanto urgente?” lo incalzò la moglie, e lui fu costretto a ripetere più volte la storiella che aveva inventato, fino a che quella si rassegnò e gli diede la sua benedizione, non senza prima avergli raccomandato di tornare almeno per il caffè.
Attraversò le stradine strette del paese furtivo come un ladro, era poco probabile che incontrasse qualcuno in giro a quell’ora ma non c’era da scommetterci: del resto, non c’era il coprifuoco! Anche la luna gli dava fastidio, con quel bagliore freddo che riversava sulle cose rischiava di svelare la sua figura massiccia che camminava frettolosamente,  e goffamente cercava di nascondersi.
Era una sera fresca e cristallina, il cielo imbruniva lentamente come se non avesse alcuna fretta di cadere nella notte, Antonio tremava leggermente e non capiva se era il freddo o la paura di essere scoperto.
Giunto davanti alla casa della cartomante la trovò ad aspettarlo sulla porta con le braccia conserte e uno dei figlioletti che le ronzava intorno;  il cuore prese a martellargli nel  petto,  stava quasi per rinunciare ma una voce dentro gli ricordò che sua moglie era strana e che lui voleva una  risposta ai suoi dubbi. Quindi  si ravviò i pochi capelli sul cranio tondo e liscio, si tolse il cappello ed entrò.
“Venga, si accomodi,” disse lei prendendo il bambino in braccio, “stia tranquillo, i vicini sono tutti rincasati e badano solo a mangiare a quest’ora.”
Indossava una vestaglia di ciniglia celeste pallido e un paio di pantofole rosa, i nastri colorati tra i capelli scendevano lungo il viso come rami di un albero vestito a festa.
“Eh, non si sa mai,” fece lui  infilandosi dentro la porta, “ dietro le finestre ci sono occhi che vedono.”
La stanza dove la donna leggeva le carte si trovava in fondo ad un corridoio stretto, era una camera molto piccola con al centro un tavolino rotondo sul quale erano disposti un mazzo di carte e un vasetto di vetro verde petrolio con quattro rose di plastica; due sedie e una  lampada vagamente liberty completavano l’arredamento di quel locale.
“Si accomodi. Solo un momento: porto di là il bambino, così stiamo tranquilli, e poi sono subito da lei.”
 Si allontanò frusciando verso l’ingresso, e lasciò Antonio da solo a fissare una macchia di umidità sul soffitto color crema.
C’era un profumo intenso di candele nell’aria, misto a uno sgradevole odore di muffa che sembrava salire dalle profondità della casa.
La cartomante ritornò dopo pochi minuti con un sorriso stanco a stirarle le labbra cariche di rossetto rosa confetto. Per un attimo gli fece tenerezza.
“Eccomi,”annunciò, “allora, come posso aiutarla?”
Antonio vide quegli occhi verde prato frugargli nell’anima e si intimorì; le sue guance rosse si fecero pallide, cominciò a sudare, la lingua gli si incollava al palato.
“Signora..signora...”
“No, non mi chiami signora! Marta, il mio nome è Marta!”
“ Marta...sì, ecco...io ho una moglie...ho una moglie che...”
“Sua moglie,” lo interruppe lei, “la conosco, a volte la incontro a far la spesa da Ornella. Deve essere una brava donna. Si tratta di lei, dunque.”
“...ssì, mia moglie...Anna...”
“Non sta bene?”
“Nnno...mia moglie...”
“Si faccia coraggio! Vuole bere qualcosa?”
“No,  ora mi calmo...ora mi calmo. Ho paura che Anna mi tradisca. Ecco, l’ho detto.”
“Ah, si tratta di questo? Non l’avrei mai immaginato, non sembra proprio il tipo. Vediamo cosa dicono i tarocchi.”
Prese le carte che erano sul tavolo, le tenne un po’ tra le mani, poi chiese a lui di toccarle, quindi gli fece alzare il mazzo e iniziò a stenderle sul tavolo in file regolari.
Lo sguardo verde prato scorreva su tutte le carte, incupendosi a tratti, come se avesse visto qualcosa che non gli piaceva o non capiva.
“Cosa vede? Che c’è?” chiese Antonio con la voce incrinata dall’ansia.
Lei non rispose, portò il dito indice alle labbra e riprese a esaminare le carte.
Ora le scrutava con aria assorta, respirando affannosamente, le sue mani erano percorse da un tremore lieve e continuo che cessò solo quando  iniziò a parlare.
“Uhm, ecco. Vedo molto bene” disse.
“Cosa? Cosa vede? Mi tradisce, eh? Vede che mi tradisce?”
“ No, Anna non la tradisce. Si tratta di altro.  È malata.”
“Oddio! Che dice? Malata? La mia Anna?”
“Calma, calma, niente di grave, vedo che guarirà presto se andrà subito dal dottore. La porti subito dal dottore, domani stesso. Non è cosa grave, ma deve curarsi.”
“Davvero? Chi l’avrebbe mai detto?  È sempre stata una roccia! Come farò a convincerla? Mica posso dirle: oh, vai dal dottore perché la cartomante mi ha detto che sei malata!
“ Io ho letto le carte, al resto ci deve pensare lei. Trovi il modo, e ce la porti subito. Vuol sapere altro?”
“No, no, avevo questo dubbio  tremendo e lei me l’ha tolto. Sì, troverò il modo di portarla dal medico, e subito. Domani stesso. Che sollievo sapere che la mia Anna non ha l’amante! È  terribile sapere che sta male ma un amante no, non potrei...e poi lei dice che non è grave, vero?”
“Non è grave. Si rimetterà.”
“Allora, eh, io la ringrazio. Lei mi ha ridato la vita!”
“Oh, le carte, sono le carte che parlano” si schermì la donna con una smorfia.
 “ Sì, lei però le ha lette. Quanto le devo per il disturbo?”
“Mi dia quello che puo’. Casomai, se ha delle galline...sì, qui in paese le hanno quasi tutti... mi porterebbe un paio di uova? Sa, è per i bambini.”
“Come no! Domani stesso, se me ne faranno. Ho certe gallinelle, sapesse...eh, garantito, garantito che gliele porto! Anche una dozzina, eh, mi ha ridato la vita, lei.”
Le strinse la mano con vigore, lei accennò a una specie di inchino e lo accompagnò fino alla porta, strisciando i piedi sul pavimento con le pantofole rosa.
“Allora aspetto le sue uova, e porti Anna  dal medico, domani” insisté mentre  le labbra rosa confetto dardeggiavano un sorriso che lo colpì in pieno sulla faccia rotonda e sudata.
“Sì, non dubiti. Lo farò.”
Tornando a casa Antonio saltellava felice sul marciapiede facendo  ondeggiare la grossa pancia molle che pareva un otre pronto a scoppiare da un minuto all’altro.  
Una moglie fedele, pensava, è una grande fortuna, e lui si sentiva fortunato, tanto più fortunato in quanto fino a un’ora prima invece si era sentito l’uomo più disgraziato del mondo.
Rivedeva ogni singolo momento della serata, la faccia buffa della cartomante, i suoi occhi verde prato che gli frugavano dentro, e aveva tanti piccoli brividi di tensione che andava a morire, finalmente, lungo la schiena possente e irsuta.
C’era solo da risolvere la questione di come convincere Anna a farsi visitare; decise che il modo migliore era  fingere di star male e chiamare il dottore al quale, una volta rimasti soli, avrebbe chiesto di dare un’occhiata alla moglie spiegando che la vera ammalata era lei.
Quella sera, dopo tanto tempo,  si addormentò sereno e fece i sogni leggeri di un bambino.
Il caso volle che il giorno dopo avesse davvero un gran mal di pancia; il caso, o la cena che aveva consumato la sera prima.
 La moglie chiamò subito il medico e quello arrivò in un quarto d’ora.
Il dottor G. era un uomo robusto, con un viso rubizzo e pieno illuminato da due occhi chiarissimi e affilati come la sua mente: gli toccò  la pancia, gli sentì il polso e sputò subito la sentenza.
Prima  che se ne andasse Antonio lo fermò e gli chiese di trovare una scusa per visitare anche la moglie che stava tanto male, ma che per carità non le dicesse che gliel’aveva chiesto lui.
“Anna? Che mi dici,” disse quello con aria perplessa, “a vederla non sembra proprio. Comunque vado di là e me ne accerto. Domani vieni in ambulatorio che ti dico tutto.”



L’ambulatorio era un locale piuttosto grande che un tramezzo divideva  in due  modeste stanzette  dalle pareti bianche e il pavimento di linoleum; la prima voleva essere una specie di  sala d’attesa dove stavano, una di fronte all’altra, due file di sedie grigie e un tavolo scuro pieno di vecchie riviste; l’altra era la stanza dove il medico visitava.
Antonio arrivò mentre il dottore  stava infilando frettolosamente dei flaconcini nella valigetta.
”Ah, eccoti qua,” disse il dottor G. guardandolo da sotto gli occhiali, “vado di fretta stamani, devo correre da una paziente che sta molto male, perciò la farò breve: tua moglie non ha nulla, sta benone. Nessuna malattia.”
Il dottor G.  vide lo sguardo ottuso di Antonio che lo fissava come se non avesse sentito le sue parole e inclinò la testa di lato come per esaminarlo da un’altra angolatura.
“Hai capito? Tua moglie sta bene, non ha nulla” ripeté.
“Dottore...come sarebbe non ha nulla? Io la conosco bene, da un po’ di tempo non è più lei, sta male, sta male.”
“Oh, stai a vedere che ora ne sai più di me! Ti dico che non ha nulla. Tu, piuttosto, mi sembri pallido, hai le occhiaie... dormi la notte?”
 Antonio fece cenno di sì col capo.
 “E poi respiri con un affanno che non mi piace per niente. Ora non posso, ma domattina vieni che ti faccio un controllino.”
“ Dottore ...”
“A domattina, e stai tranquillo, tranquillo!”



Antonio ora si sentiva come un bambino che aveva perso la mamma alla stazione.  
Gli sembrava di non saper più dove andare e che non ci fosse più un posto dove andare perché quello che c’era prima  gli era caduto addosso con tutti i suoi dei.
Camminava con le spalle curve e lo sguardo fisso a terra, nelle orecchie aveva ancora la voce stentorea del dottore che gli diceva Anna sta bene, non ha nulla.
 Era smarrito: doveva forse ricominciare con i dubbi, i sospetti, le angosce?
Sollevò lo sguardo verso il cielo, quasi volesse controllare se almeno quello era ancora al suo posto, e vide una farfalla che volteggiava a mezz’aria con le ali verdi screziate di giallo.
Per molto tempo dopo quel giorno si chiese cosa gli fosse successo, e perché quelle ali tutt’a un tratto gli fossero apparse come due occhi verde prato che gli danzavano intorno per poi volare verso l’alto e confondersi  con l’azzurro, come certe colline che, stanche di salire, a un certo punto sfumano verso il cielo.
L’unica cosa che ricordava era che in quel momento un maremoto di sangue gli correva nelle vene  e il cuore gli schizzava via dal petto.
Di urla se n’erano sentite tante, in paese, dalla sua fondazione in poi; di gioia; di dolore; di rabbia;  di idiozia.
Ma le grida di Antonio lacerarono le orecchie delle  donne occupate  a sbrigare le prime faccende del mattino.  
“No! Anna non sta bene, Anna  è malta, ma-la-ta! E il dottore è un imbecille!”
Le  finestre delle case affacciate sulla via si spalancarono una dopo l’altra, come tanti occhi stupiti: tutti volevano vedere cos’era successo e chi era il pazzo che urlava così alle otto di mattina, turbando la quiete immobile del paese.



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