Certi errori si pagano - un altro racconto...
Ancora un mio racconto: niente di autobiografico, il protagonista è un uomo, inoltre...no. Qualcosa di autobiografico c'è, nascosto tra le righe. Ma non importa cosa, credetemi, non importa proprio.
Buona lettura.
Certi errori
si pagano
Barbara Cerrone
Probabilmente no, non sarei qui, in
questo bar, alle tre del mattino, steso sul pavimento, se non fosse per la mia endemica capacità di perdere il lavoro: come impiegato di
magazzino di solito non avrei rischiato tanto.
E l’uomo che ieri sera si piegava su se stesso, torcendosi come un
lombrico, non mi avrebbe vomitato addosso tutto quel vino mentre lo tenevo per
non farlo cadere a terra.
Il principale urlava e io avevo la bocca impastata di saliva e nervi. Volevo
andarmene. A casa, credo; oppure via di lì, purché fosse per sempre.
Ma sono rimasto. E l’altro tipo, quello con i
baffi e l’aria trasognata, che invece era sveglio eccome mi ha preso di mira come un bersaglio, e poco
gliene fregava se io non c’entravo niente con loro e con quella storia: non gli
piacevo solo perché ero lì.
Nemmeno io avrei voluto esserci, ma vai a spiegarlo
al soggetto. Mi ha fatto fare il giro del mondo con un gancio, e il capo lì a
urlare:” Dai, mozzarella! Difenditi, che hai nelle mani? Fagli vedere!”
E che gli facevo vedere, io, a quello? Che peso venti chili meno di lui? Lo sapeva già, infatti è
andato giù a darmele convinto. Il principale è una carogna, ma una carogna
vigliacca; se n’è andato prima di sapere se gli serviva un altro barista.
Non so chi ha chiamato gli agenti, io c’ero ma era come se non ci fossi;
avevo gli occhi chiusi, solo le orecchie funzionavano: tutti gridavano e davano
botte, io speravo che smettessero presto perché a quel punto volevo solo dormire.
Poi mi hanno soccorso, credo, io ero stanco e non mi andava di essere
maneggiato come un flipper. Non so se c’era un dottore, forse sì, perché
qualcuno diceva: “Non mi piace, ci vuole l’ospedale”; io avrei voluto urlare No,
portatemi a casa ma non mi avrebbe sentito nessuno, e
comunque non tiravo fuori un fiato.
A un certo punto è arrivata una
donna, ha detto anche lei qualcosa ma nessuno l’ha ascoltata perché poi ha
cominciato a gridare e l’hanno portata via.
È da quel momento, mi pare, che
anche le mie orecchie hanno smesso di funzionare.
C’era silenzio, più che altro dentro di me, ma almeno potevo dormire. Non
c’erano colori ma il sonno sì, sembra strano ma con i suoni i colori li vedevo;
il silenzio invece era nero.
Un uomo deve avermi scrollato, forse per capire se ero ancora vivo; il medico era da qualche parte,
non saprei, io era come se non ci fossi.
Il principale intanto si preoccupava soprattutto di non avere guai e
miagolava scuse per dire che lui non c’entrava e che se aveva un dipendente
scemo che si metteve a fare a botte con quelli più grossi non era colpa sua ma
della moglie che si faceva intenerire
subito e assumeva gente come me. Le donne.
Dopo un po' è arrivato anche un giornalista, un tipo scalcagnato, direi, perché nel frattempo le mie orecchie si erano
riprese e l’ho sentito parlare: strascicava le parole e ha alitato vino di
pessima qualità in direzione del mio naso. Non è stata proprio una sensazione
piacevole ma mi sono adattato, del resto non avevo scelta.
Il giornalista ha fatto un sacco di domande, io certo non potevo
rispondere ma ci ha pensato il mio capo
che ha colto l’occasione per fare un po’
di pubblicità al locale, così ha dato aria ai polmoni gracchiando di tutto sul
mio conto e su quel tipo che era entrato nel bar. Certe brutte esperienze
piacciono a chi ci guadagna, chi ci rimette di solito non ha voce in capitolo e
basta.
Dopo un po’, non so dire quanto, sono
riuscito a riaprire gli occhi e ho visto
attorno a me tanti occhi in cerca di emozioni.
Credevano che non sarebbe più successo un fatto così, in quel posto, e ne volevano
approfittare; più che giusto. Peccato che io fossi ancora lì, a terra, e il
medico stesse litigando al telefono per un’ambulanza che mi prendesse su.
C’era
non so che partita allo stadio, a volte ci sono cose che ti remano contro, e
proprio in momenti così.
Io non me la stavo prendendo, pensavo a quel posto in magazzino: in fondo
non era male. Non valeva la pena litigare col titolare per essere cacciato e finire poi steso in un bar.
Riflettevo su questo, o forse sognavo, non saprei.
A un certo punto un’altra voce di donna ha strillato qualcosa, credo
fosse il mio nome, ho riconosciuto la
mia metà da quell'accento sghembo: anche privo di sensi avrei capito che era lei. Ha recitato la parte
dell’addolorata ma qualche ora prima, a casa, mi aveva tirato addosso un intero
servizio da tè di seconda mano. Era quello di mamma: l’aveva sempre odiato.
Quando è arrivata l’ambulanza, con qualche secolo di ritardo, la mia metà
starnazzava come una gallina, diceva che si dovevano vergognare e che si
aspettassero una causa nel caso fossi morto.
È fatta così, va sempre a caccia
di soldi.
Ma i soldi non vanno a caccia di noi due, di solito, quindi credo che anche
per questa volta si sia data pena per niente, anche perché gli avvocati costano.
Lo diceva sempre mio padre.
Non avrei dovuto litigare col principale, in magazzino, non avrei dovuto, no, e probabilmente ora non sarei qui ma a
casa. A schivare tazzine da tè.
Ora che le mie orecchie non sentono più , e la bocca è ferma, lo capisco chiaramente.
Non avrei dovuto. Lo
capisco. E vedo.
Vedo in profondità , adesso.
Ed è buio, buio, buio. Qui.
Commenti
Posta un commento